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Più reti di impresa ma c’è il rischio-arcipelago

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RAPPORTO ANNUALE ISTAT /1

Più reti di impresa ma c’è il rischio-arcipelago

Crescono le reti fra imprese, con il 52,4% delle aziende (escluse ditte individuali e servizi alla persona) che dichiara nel 2017 di avere «rapporti stabili» di collaborazione: c’è un aumento di 1,6 punti percentuali rispetto al 2015 e di oltre nove punti percentuali confronto al 2013. La diffusione delle reti di impresa è maggiore nel Nord-Est e minore nel Mezzogiorno, mentre sul piano territoriale si evidenziano anche due «sentieri a elevata produttività dell’industria», entrambi con origine a Milano e diretti uno - più frammentato - verso il Veneto e il confine orientale, l’altro - più compatto - verso la via Emilia.

È la fotografia dell’Istat che nel suo Rapporto annuale 2018 sceglie una chiave di lettura specifica - secondo la rotta impressa dal presidente Giorgio Alleva già da alcuni anni - per analizzare le caratteristiche e le condizioni del Paese. In questo caso la chiave è quella delle reti personali, sociali e produttive. Le reti riducono per le persone i rischi derivanti da invecchiamento e isolamento, sono più estese e più forti quando c’è un grado di istruzione elevato e un rapporto di lavoro forte, ma sono vitali anche per il sistema produttivo. In particolare, «la rete delle relazioni tra i settori economici costituisce un’importante infrastruttura per la diffusione dell’efficienza all’interno di un sistema produttivo». In particolare, dall’estensione e dalla densità delle reti dipende «il percorso con cui la trasmissione di tecnologia e know how si propaga nel sistema economico». Oltre allo scambio di conoscenze e alla condivisione di attività e servizi (si pensi alla commercializzazione o alla logistica), «le caratteristiche dei rapporti di collaborazione tra le imprese sono fortemente associate alla produttività del lavoro».

Una prima considerazione qualitativa dell’evoluzione delle reti di imprese in Italia riguarda proprio la loro specializzazione funzionale. È una considerazione positiva. Si riducono, infatti, le forme più semplici di reti che si instaurano attraverso relazioni «verticali». È la crisi della rete verticale tradizionale della subfornitura. Le reti con vocazione prevalente alla subfornitura si sono ridotte del 35% e, in termini di quota, a poco più del 14% del totale. Crescono invece le relazioni «orizzontali» e complesse (commercializzazione, servizi in comune, innovazione, ricerca) «che hanno rapidamente guadagnato peso, coinvolgendo nel 2017 oltre il 30% delle imprese». Le imprese con reti complesse, soprattutto internazionali, conseguono livelli di produttività più elevati.

Un confronto con il modello tedesco consente, tuttavia, di mettere meglio a fuoco l’evoluzione delle reti, segnalando i progressi e le criticità che restano. La densità della rete, ovvero la quota di connessioni potenziali effettivamente attivate, è analoga a quella della Germania (36,2% contro 36,3%), ma «il sistema italiano mostra un maggiore livello di reciprocità (45,2%) rispetto a quello tedesco (42,5%) e un più alto grado di centralizzazione che comporta un maggiore isolamento dei nodi più periferici». Se si considera il solo sotto-insieme della manifattura e dei servizi più rilevanti per contenuto tecnologico e di conoscenza, emerge in Italia «una struttura più frammentata, ma non per questo più aperta alle interazioni tra le attività»: in altri termini, in questo nocciolo duro delle attività più innovative, il sotto-sistema italiano, se paragonato a quello tedesco, che è centralizzato intorno a un nucleo di settori fortemente interconnessi, «assume la forma di un arcipelago di insiemi chiusi di relazioni reciproche, che non facilita una trasmissione ampia e continua di conoscenza e tecnologia».

Un capitolo particolarmente interessante del lavoro Istat è quello del rapporto fra la partecipazione ai programmi di ricerca internazionali (nel caso specifico Horizon 2020) e la mappa che ne consegue in termini di capacità e propensione di creazione di relazioni stabili fra soggetti di nazionalità e settori diversi. La “mappa” viene alimentata dalle matrici delle relazioni che, nel caso di Horizon 2020, prende in considerazione 919.661 relazioni tra 75 gruppi distinti per Paese e attività. I soggetti italiani presenti sono 1.881 imprese, 327 enti di ricerca, 245 enti no-profit, 161 enti pubblici e 98 università. Senza entrare nei dettagli metodologici della social network analysis si può sinteticamente rilevare che i gruppi con un indice di centralità maggiore (e quindi con maggior potere relazionale) sono le università del Regno Unito e le imprese tedesche, che giocano un ruolo di pivot. Le imprese italiane mostano capacità «di sviluppare collaborazioni con attività di ricerca con altre imprese, in particolare di Germania, Francia e Spagna, mentre apparentemente limitato è il rapporto con le università italiane e gli enti di ricerca italiani (appena più rilevante di quello con università britanniche ed enti tedeschi)». Quanto alle università italiane, mostrano una «forza di aggregazione nettamente superiore» a quella dei Paesi diversi da Regno Unito e Germania,in particolare di Francia e Spagna. Per gli enti di ricerca, prima è la Germania, seguita da Francia e Italia.

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