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Il cambio di passo sul transfer pricing

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Il cambio di passo sul transfer pricing

Va salutato con soddisfazione il nuovo decreto del ministro dell’Economia e delle finanze con cui si è data attuazione alle modifiche apportate nel 2017 all’articolo 110 del TUIR e sono state introdotte in Italia specifiche linee guida nazionali in materia di transfer pricing. Il decreto vede la luce a conclusione della procedura di consultazione pubblica avviata nello scorso marzo e a distanza di soltanto una settimana dal tavolo di confronto con i vari stakeholder (associazioni di categoria, professionisti, etc.) tenutosi a Roma l’8 maggio presso il MEF. Si tratta di importanti occasioni di confronto, alle quali abbiamo avuto il piacere di partecipare, che hanno consentito un dialogo proattivo, inclusivo e progredito, a conferma degli enormi sforzi compiuti negli ultimi anni dall’Amministrazione fiscale italiana, in linea con le best practice internazionali.

Le linee guida nazionali contenute nel decreto sono estremamente innovative e dovrebbero essere accolte favorevolmente dal business nella misura in cui, oltre a ribadire chiaramente l’approccio di libera concorrenza (cd. arm’s length) pienamente conforme a quello adottato in ambito OCSE, forniscono indicazioni fondamentali, tra l’altro, su alcuni aspetti chiave della disciplina domestica.

In primis, è da apprezzare la rilevante limitazione che il decreto prevede alla possibilità per i verificatori (dell’Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza) di ignorare in modo arbitrario e sistematico, come purtroppo avviene non di rado nel corso dei controlli sul campo, le metodologie di transfer pricing adottate dalle imprese multinazionali e di effettuare analisi alternative basate su diversi criteri/metodi.

Altrettanto significativa, in termini di riduzione degli oneri di compliance e maggiore certezza del diritto, è la facoltà di adottare un approccio semplificato in relazione ai servizi intercompany a basso valore aggiunto; le imprese multinazionali, infatti, potranno ora determinare l’appropriato valore at arm’s length di detti servizi infragruppo attraverso l’applicazione di un mark-up del 5% sui costi diretti ed indiretti.

Sebbene risultino ancora perfettibili in diversi aspetti, queste linee guida nazionali sono particolarmente interessanti e pongono l’Italia tra i Paesi dotati, quanto meno sulla carta, di una legislazione “evoluta” in materia di transfer pricing. L’intervento normativo sarà completato – ci auguriamo a breve – con la pubblicazione del Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate in materia di cd. corresponding adjustments, ossia la procedura di riconoscimento delle rettifiche in diminuzione a livello domestico a seguito delle riprese a tassazione di transfer pricing operate all’estero e in via definitiva da altre giurisdizioni fiscali a carico di parti correlate sulle transazioni cross border poste in essere con imprese residenti. Sarà, però, necessario uno sforzo notevole da parte dell’Amministrazione finanziaria nel suo complesso per trasformare tutte queste regole (valide “sulla carta”) in chiare, uniformi ed efficaci prassi applicative.

Sono due, essenzialmente, le linee d’azione che dovrebbero essere intraprese per contribuire alla creazione di un clima di maggior certezza anche nella fase applicativa. In primo luogo, auspichiamo l’emanazione di un’apposita Circolare dell’Agenzia delle Entrate che scenda nel dettaglio di molti temi critici ancora aperti, parte dei quali sono stati evocati anche nel corso della recente consultazione pubblica. Fra tali questioni, rivestirà un ruolo cruciale il delicato tema dell’uso appropriato degli strumenti statistici (range interquartili); il decreto, in proposito, si limita ad affermare in modo generico che nel caso in cui “l’indicatore finanziario di un’operazione controllata […] non rientra nell’intervallo di libera concorrenza, l’amministrazione finanziaria effettua una rettifica al fine di riportare il predetto indicatore all’interno dell’intervallo”. Ebbene, queste affermazioni andranno chiarite e meglio attuate in concreto, in quanto non sembrano escludere in maniera categorica l’approccio alquanto aggressivo, sempre più di frequente adottato dai team di verifica/accertamento, che porta a ricondurre il valore di libera concorrenza esclusivamente verso indicatori di tendenza centrale (di solito la mediana), non facendo perciò riferimento al predetto range nella sua interezza.

Sarà, altresì, importante seguire le ulteriori azioni del gruppo di lavoro composto da MEF, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, soprattutto con riferimento all’annunciato piano di formazione congiunta previsto nei prossimi mesi per i funzionari incaricati dell’applicazione di dette nuove norme. Tale iniziativa mira, infatti, a rendere gli approcci dei nuclei di verifica presenti sul territorio nazionale non solo uniformi ma anche maggiormente rispettosi delle migliori pratiche internazionali elaborate in ambito OCSE.

In ogni caso, è confermato che il transfer pricing è (e sarà anche nei prossimi anni) uno dei temi centrali dell’attività dell’Amministrazione Finanziaria e una delle aree di maggiore rischio fiscale che le imprese con attività internazionale dovranno presidiare con sempre maggiore attenzione.

Legance – Avvocati Associati

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