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Le amnesie della politica, tra debito e Bce

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falchi & colombe

Le amnesie della politica, tra debito e Bce

In chimica ci sono somme tra due sostanze che non devono avvenire, perché il risultato è una miscela tossica, o esplosiva; in economia non si deve mischiare la politica fiscale con la politica monetaria. È una lezione non delle regole europee, ma dell’analisi economica e della storia. Dimenticarla parlando dei rapporti tra i debiti pubblici nazionali ed il bilancio della Bce può essere molto miope. In primo luogo per l’Italia.

In questi giorni notizie e commenti danno risalto ad ipotesi di innovazione nel disegno della politica economica in cui considerazioni sulla gestione del debito pubblico si intrecciano con politiche del bilancio del sistema europeo delle banche centrali (Bce). Tali innovazioni dimenticano però le lezioni della scienza economica e della concreta esperienza storica e vanno perciò messe da parte, se i criteri guida sono quelli della prudenza e della lungimiranza. La politica di bilancio della Bce si può certamente innovare, ma con riforme che guardano avanti, e non che siano frutto di smemoratezza.

L’aritmetica dimenticata dei rapporti tra politica del debito pubblico e bilancio della banca centrale è quella che mostra tutti i danni che vengono provocati quando il responsabile della politica fiscale può decidere – o anche solo condizionare – il profilo delle scelte di politica monetaria. Ed è una aritmetica molto antica: ogni qualvolta che lo Stato – sia stato esso un sovrano oppure un governo democratico eletto – è stato messo in condizione di influenzare le scelte monetarie, la miscela tossica delle due politiche ha prodotto in generale almeno una delle due seguenti tossine: disordine monetario (cioè rischio inflazione e/o svalutazione) e disordine fiscale (dinamica incontrollata di deficit e/o di debito, ripudio del debito).

Quando la miscela tossica ha deflagrato, i suoi costi hanno costretto i politici a legarsi le mani rispetto alla politica monetaria. La soluzione è stata di volta in volta il regime aureo, ovvero i tassi di cambi fissi, oppure avere come garanzia una banca centrale indipendente.

Se la politica può influenzare il bilancio della banca centrale il rischio di danni monetari e fiscali si impenna. Gli Italiani che hanno vissuto gli anni settanta se lo ricordano bene. Fino al luglio 1981 i governi in carica potevano attingere liberamente ad un conto corrente presso la Banca d’Italia – per un importo pari al 12% delle spese correnti – ed in più la stessa banca centrale era obbligata ad acquistare i titoli di Stato invenduti in sede d’asta. La dipendenza della Banca d’Italia dalla convenienza dei governi a finanziarsi a tasso zero fu tra le cause dell’esplosione di inflazione e debito pubblico. Solo la lungimiranza di due servitori dello Stato – Beniamino Andreatta come ministro del Tesoro e Carlo Azeglio Ciampi – riuscì ad attenuare – almeno in parte – tale dipendenza. Tale provvedimento, migliorò il controllo monetario, mentre – aggiungiamo purtroppo – non ebbe effetti sugli incentivi dei governi all’eccesso di spesa pubblica.

Dunque la lezione dell’economia e della storia – anche recente - è semplice: la gestione del bilancio della banca centrale deve essere indipendente dalle esigenze della finanza pubblica. È una lezione che è stata accolta dal disegno delle regole europee che hanno creato la Bce: ad essa è fatto divieto di acquistare direttamente i titoli del debito pubblico emessi dai diversi Paesi membri dell’Unione.

Certo, l’indipendenza della Bce può essere migliorata.

Un primo aspetto riguarda la facoltà che la Bce ha di acquistare titoli di stato sui mercati secondari. Sappiamo – ce lo ha confermato la Corte europea – che finora tale facoltà è stata esercitata nel rispetto degli obiettivi monetari che disciplinano la condotta della Bce. Ma è indubbio che più una banca centrale opera in titoli pubblici, emessi dai Paesi in cui la moneta da lei emessa ha corso legale, più i rischi di accomodamento monetario – ancorché riflessi, e/o non voluti – aumentano. Una normalizzazione della politica monetaria europea dovrebbe in prospettiva ridurre tali rischi. L’obiettivo del bilancio di una banca centrale è avere attività a basso rischio, come durata e/o emittente. Per cui la Bce dovrebbe pensare a diversificare le proprie operazioni utilizzando titoli a basso rischio emessi da Paesi non membri dell’Unione.

Un’altra direzione in cui la politica della Bce dovrebbe muoversi è quella di marcare la distanza tra la politica monetaria e la politica fiscale dell’Unione e dei paesi membri evitando le ingerenze. Da questo punto di vista, episodi come la lettera al governo italiano dell’agosto 2011, oppure la partecipazione della Bce alla cosiddetta troika, finiscono per andare nella direzione opposta. Sfidare – anche non volendo – l’aritmetica della separatezza tra politica monetaria e politica fiscale è un rischio molto alto; che può diventare insopportabile per un Paese ad alto debito, come l’Italia.

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