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Meghan e Harry: storia, fascino e rebranding di una monarchia

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150 anni di odio-amore

Meghan e Harry: storia, fascino e rebranding di una monarchia

Questa settimana, quando la truffa di un paparazzo di bassa lega ha minacciato di mandare all'aria il matrimonio dei Windsor, l'ironia della situazione non è certo sfuggita ai reali britannici. Loro, dopo tutto, sono gli eredi di un'istituzione la cui immagine moderna si è evoluta di pari passo con il giornalismo fotografico.

Il decisivo rebranding che cambiò una dinastia al potere in una famiglia reale durante il regno della regina Vittoria, trasformando il normale calendario di famiglia – fatto di cicli di matrimoni, nascite e funerali – in eventi nazionali, dipendeva in tutto e per tutto dal delicato equilibrio tra pubblicità e riservatezza. Da una parte, infatti, l'inaccessibilità dei monarchi – o addirittura la loro invisibilità assoluta – contribuiva a mantenere il fascino della monarchia; dall'altra, però, esporsi in circostanze ben selezionate, centellinate all'opinione pubblica a intervalli regolari nelle occasioni di famiglia, dava alla monarchia l'impressione di essere accessibile, sensazione indispensabile per stringere il legame emotivo tra la corona e il popolo.

Questo delicato bilanciamento sarebbe sempre stato una sfida ma, dal punto di vista storico, è stato soltanto l'ultimissima versione di un problema connaturato ai due “corpi fisici” della corona: il “corpo naturale” e il “corpo politico” che lo storico Ernst Kantorowicz identificò a uno stesso tempo come i punti di forza e di debolezza della monarchia medievale, e che perdurarono ben oltre l'inizio dell'epoca di gestione della propria immagine inaugurata dai Tudor.

Windsor in festa e blindatissima per le nozze reali

Quando il suo “corpo naturale” risultò incapace di dar vita a un erede, la creazione immaginaria di una Regina Elisabetta senza età, celebrata per la sua purezza più che disprezzata per essa, fu in pratica il primo esempio di produzione di un ritratto concepito per mobilitare una sorta di fedeltà affettiva in un regno diviso.

Più avvolti in un'autorevole aura consacrata dalla divinità, che in una accessibile agli umani, furono invece gli Stuart, che assunsero un creatore di immagini come Van Dyck per affidargli in piena fiducia il compito di sfornare capolavori sulla grandeur di corte, migliorando – quando necessario – il sorriso della regina che aveva i denti macchiati o ritoccando l'esigua statura del re affinché il ritratto fosse conforme all'immagine di dei sulla terra.

Anche se quei grandiosi dipinti erano destinati a essere ammirati soltanto da una ristretta cerchia di principi e aristocratici, fu l'atmosfera affettuosa della famiglia di Carlo I a portare alla creazione delle prime vere belle immagini di bambini reali, raffigurati con ogni tirabaci amorevolmente dipinto.

Ma la vera svolta che portò a superare l'indifferenza generata dall'invisibilità dei monarchi oppure, peggio ancora, dalla demistificazione della satira sulla carta stampata, arrivò da due monarchi per i quali sentirsi famiglia regnante non fu mai un'affettazione dettata dalla convenienza, bensì qualcosa di simile a una vera missione: Giorgio III e la regina Carlotta. Come Janice Hadlow spiega bene nel suo splendido libro The Strangest Family, nessuno si adoperò più di loro, nessuno lottò come loro contro difficoltà enormi, per sostituire all'immagine degli Hannover di creature attorniate da amanti e dedite a vizi voluttuosi quella di una famiglia idealizzata. Charlotte non fu soltanto “la regina” ma “uber-mutti”, colei che mise al mondo quindici figli, con i quali i monarchi giocavano diligentemente (talvolta seduti sul tappeto insieme ai più piccini), come si raccomandava a quei tempi di fare per garantire la felicità domestica. Ma non funzionò.

Il Principe di Galles, quasi in segno di ribellione, divenne un essere petulante, pieno di sé, che camminava barcollando, che cercava di soddisfare ogni sua voglia, ufficialmente lontano dalla moglie ripudiata e impegnato a corteggiare insistentemente la sua innamorata, la vedova Fitzherbert, fino a quando costei non capitolò e acconsentì a partecipare alla cerimonia di matrimonio a Mayfair che entrambi sapevano che non sarebbe mai stata legale. Anche se l'affetto dell'opinione pubblica per suo padre era grande e profondo, gli anni del Contadino Giorgio in isolamento forzato a causa della malattia mentale dalla quale era affetto lo allontanarono dalla scena pubblica, e quanto più il Paese vedeva il Principe Reggente, tanto meno lo amava.

Quando sembrò che, diventato Giorgio IV, dovesse morire senza eredi, i suoi fratelli di mezza età abbandonarono le rispettive amanti per un fulmineo scatto verso l'altare per contrarre matrimoni con spose convenientemente aristocratiche nella speranza di procreare eredi legittimi. Ciò risultò particolarmente difficile da accettare per l'attrice Dorothea Jordan, che aveva dato al Duca di Clarence, diventato in seguito re Guglielmo IV, non meno di 10 piccoli FitzClarence illegittimi.

A soccorrere la monarchia britannica furono due matrimoni celestiali. Il primo, naturalmente, fu l'appassionato matrimonio d'amore tra Vittoria e Alberto. Il secondo fu il connubio tra la corona e la stampa popolare, reinventata negli anni Trenta dell'Ottocento grazie alle incisioni su lastre d'acciaio e alle illustrazioni litografiche. Le tirature dei giornali furono radicalmente trasformate dalle immagini, e a quel punto ancor più dalle raffigurazioni della famiglia reale, una corona abbastanza distante ancora dalla quotidianità, eppure in qualche modo legata agli istinti di base della vita di una famiglia borghese.

Fu così che le gioie e i dolori della famiglia di Vittoria divennero quasi oggetto di culto nazionale, furono pubblicate e promosse proprio nel periodo – “gli anni Quaranta della grande fame” – in cui la Gran Bretagna fu lacerata socialmente da enormi sperequazioni economiche.

E' il giorno del Royal Wedding

Spinti sia dall'istinto emozionale, sia da scaltro calcolo politico, Vittoria e Alberto fecero in modo da portare il loro marchio di legame familiare lontano da Londra: nelle Midlands nel 1843, in Lancashire nel 1851 (consapevoli che non tutti potevano recarsi alla Grande Esposizione nel Palazzo di Cristallo, malgrado le tariffe ridotte speciali delle ferrovie) e a Leeds nel 1858. Era inimmaginabile che gli Hannover avrebbero aperto nuove darsene a Grimsby, ma Alberto vi si precipitò per l'occasione nel 1849, proprio come si beò nell'inaugurare la grande esposizione di arte di Manchester nel 1857.

Si trattò di un ripristino dei progressi elisabettiani per l'epoca industriale ma, a differenza del rigido controllo imposto dal Consiglio di quella regina sulla produzione e la diffusione dei ritratti reali, Vittoria, Alberto e i loro figli abbracciarono la fotografia, eletta come mezzo di riferimento per eccellenza, per diffondere la loro presenza rendendola familiare. Questo non volle dire che a quel punto la vita privata dei reali divenne uno spettacolo pubblico non sottoposto a regole.

Le immagini della Regina e del suo Consorte, vestiti come una coppia rispettabile di mezza età, erano scelte con accuratezza e stampate come biglietti da visita, piccole fotografie riprodotte su cartoncino che potevano essere conservate in una borsetta o un portafoglio e che, in un primo periodo, furono vendute nell'ordine delle decine di migliaia di unità, poi di milioni. Alcune delle immagini più affascinanti erano sorprendentemente informali. La più commovente di tutte fu quella della principessa (poi regina) Alessandra, moglie di Bertie, il Principe di Galles, che portava a cavalluccio il suo secondogenito.

Il bambino – che in seguito come re Giorgio V sarebbe diventato famoso per i suoi modi bruschi e formali (e la severità nei confronti dei suoi stessi figli) – nella foto si fa notare per lo sguardo che denota il disagio di un bimbo perentorio che cammina appena, mentre il volto di “Alix” – lei stessa un'appassionata fotografa – è materno, e lei appare gioiosa e scherzosa, Diana prima di Diana.

Più di qualsiasi altro fotografo che conosco, penso che quella fotografia sia stata l'icona che ha trasformato la monarchia britannica nella famiglia reale, e divenne a tal punto popolare che Mary of Teck, la principessa che un giorno sposò quel bambino ormai cresciuto, ripeté (o dovremmo forse dire “inscenò”?) quella posa, trasportando a cavalluccio Alberto, il futuro duca di York e padre dell'attuale regina, che per altro non sembra felice di quella cavalcata.

Il matrimonio tra Bertie e Alix nel 1863 fu il primo dell'èra moderna a essere celebrato nella Cappella di St. George del castello di Windsor.È difficile definire “cappella” l'enorme navata tardo-gotica, come potranno constatare gli spettatori alla televisione, ed è più facile associarla invece a funerali e sepolture. I due nemici giurati delle Guerre delle Rose, Enrico VI e Edoardo IV, furono entrambi tumulati lì, così come Enrico VIII e i resti del decapitato Carlo I.

In tempi più recenti, i matrimoni reali sono stati celebrati nella Cappella reale di St. James Palace, compreso il primo grande matrimonio del regno di Vittoria, quello della sua figlia maggiore Vicky andata in sposa nel 1858 a Friedrich, il Principe alla corona di Prussia. Lì, come la regina stessa fece tetramente notare, c'era un'atmosfera di afflizione che incupì quel momento. Il principe Alberto era morto nel 1861, e Vittoria era convinta che responsabile della tragedia fosse stato il raffreddore che si era preso mentre, a passeggio con il suo caparbio figlio a Cambridge sotto la pioggia, cercava di indurlo ad abbandonare la sua amante Nellie Clifden.

Harry e Meghan, istruzioni per l'uso

Prima della cerimonia, la regina aveva portato la coppia al mausoleo Frogmore, ultimato di recente, e sulla tomba del principe consorte aveva unito le loro mani, quasi a indicare che egli, per procura, suggellava e benediceva la loro unione.

Nella cappella, Vittoria – vestita di nero con una miniatura di Alberto appuntata al vestito – seguì la cerimonia dall'alto, dal “Royal closet”, una sorta di balcone costruito nel 1510 per Caterina di Aragona caduta in disgrazia. Agli ospiti era stato imposto di non indossare vestiti chiari, al massimo grigi o malva.

L'unica nota di insubordinazione fu quella del principe Guglielmo di Prussia, diventato in seguito Kaiser, che a quattro anni morsicò le gambe di due suoi zii britannici. Ma la Gran Bretagna ne aveva avuto abbastanza di dolore.

La richiesta ufficiale di una processione che attraversasse Londra fino al treno che portava Alessandra al castello di Windsor fu tale che si dovettero fare frettolosi preparativi per organizzarla. Si tracciò quindi un itinerario che portasse le carrozze e la nutrita scorta militare dalla City attraverso Trafalgar Square, Piccadilly e Hyde Park fino a Paddington. Perfino coloro che organizzarono l'evento restarono poi sbalorditi dall'enorme folla che si presentò: era così fitta che nella ressa di chi spingeva per vedere meglio e farsi più avanti ci furono vari feriti e addirittura sei morti. Come era già accaduto per il matrimonio di Vicky e Friedrich, sembrava che i lettori di Illustrated London News, del Telegraph e del Times non ne avessero mai abbastanza di illustrazioni sui dettagli dell'abito della sposa (il pizzo Honiton era di rigore), dei suoi gioielli, del suo bouquet (i fiori d'arancio erano obbligatori) e – più di ogni altra cosa – dell'elaborata torta di nozze a più piani (sembra che sia stata inventata dai reali vittoriani), con tanto di colonnine, torri e guglie di glassa di zucchero.

Harry e Meghan, istruzioni per l'uso

Da lì in poi, i matrimoni reali sono stati spesso studiati per allontanare la melanconia nazionale. Nel 1923, il matrimonio di quel duca di York, portato a cavalluccio da bambino, con Elizabeth Bowes-Lyon volle essere una consapevole presa di distanze dalle esequie della Grande guerra e si svolse nell'Abbazia di Westminster per esaltare al massimo i festeggiamenti. La stessa abbazia ospitò il matrimonio della principessa Elisabetta (l'attuale regina) con il principe Filippo nel 1947, mentre il Paese era sprofondato nell'austerity postbellica. Forse, è eccessivo e ingiusto aspettarsi adesso che l'esaltazione e la frenesia che circondano quest'ultimo matrimonio reale possano alleggerire il peso di due pesanti fardelli: quello del ricordo della tragedia di Diana, e quello delle ansie di una nazione incamminata verso una Brexit senza alcuna destinazione precisa.

Di tutti i membri della famiglia, il principe Harry è colui che si è tirato maggiormente indietro rispetto all'inevitabile intrusione e ingerenza delle macchine fotografiche affamate di immagini. Ma, come è risaputo, tirare su gli animi rientra nel mestiere di un regnante. Se le immagini dello show di Harry e Meghan riuscissero a trasformare l'unione di passato e futuro da cliché politico in una love story umana anche solo per un momento, che male ci sarebbe e potrebbe mai fare?

(Copyright The Financial Times Limited 2018)
Traduzione di Anna Bissanti

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