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Il rettore del Politecnico di Milano Resta: «Qui c’è l’anima della città»

Se c’è un’istituzione che rappresenta Milano è il Politecnico. Antico e ultracontemporaneo, accademico e industriale, colto e pratico. Radicato nel territorio e cosmopolita, semplice e complesso. Un algoritmo in versi. Il rettorato ne è la rappresentazione plastica.

L’edificio di Piazzale Leonardo da Vinci - l’ingegnere che nel Cinquecento immagina e disegna l’elicottero e il treno - ha una presenza monumentale che si perde nella profondità del piazzale, ma riappare man mano che ci si avvicina all’ingresso. Il grande scalone, l’aula magna, gli uffici ristrutturati con i pavimenti in granito, le porte candide.

Il corridoio davanti alla stanza del rettore con i divani disegnati da Gio Ponti per Cassina. La lampada Arco dei fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos. «Tutti studenti e poi docenti del Politecnico», dirà il rettore Ferruccio Resta nel corso della conversazione. «Ma anche se avessimo comperato a caso arredi-icona avremmo certamente preso pezzi disegnati da architetti che si sono formati e hanno insegnato nelle nostre aule».

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La stanza di Resta è molto milanese. La scrivania, un grande tavolo rettangolare bianco laccato, sta sulla destra, accanto alla finestra che dà sul cortile e riempie di luce la stanza. Gli infissi sono bianchi, in legno, le pareti bianche. Lo zoccolo dei muri, grigio, è alto circa trenta centimetri. La libreria dietro la scrivania ha mensole bianche spesse e larghe. Sul muro di fronte i cinque schizzi di Renzo Piano, anche lui formato al Politecnico, per la nuova facoltà di architettura i cui lavori inizieranno in estate. Il pezzo forte è il grande tavolo che sta davanti alla porta. Base di cristallo e legno spesso e rugoso per il piano. Il rettore lo tocca con il palmo della mano. «È di Lago, come la libreria. Un bel tavolo da lavoro, caldo. Utilizzo sempre questo. Raramente sto alla scrivania».

È passato poco più di un anno da quando Resta, 50 anni, è diventato rettore. Il naturale punto di approdo del percorso di un «ragazzo di Bergamo», come si definisce con un misto di sincerità e autoironia, «che già al terzo anno di università aveva il sogno di rimanere a lavorare al Poli. Gli studenti di oggi – dice – sono molto diversi da quelli della mia generazione: guardano il mondo. Noi solo lasciando Bergamo, la provincia, pensavamo di tradire la famiglia e le origini. I nostri allievi, invece, sono molto sfidanti, ci chiedono qualità e ci costringono a osare, a guardare perennemente avanti. Quello che facciamo adesso in aula e nei laboratori, è già il passato. Dobbiamo immaginare ogni giorno noi stessi tra cinque anni. Altrimenti saremo tagliati fuori dal mercato».

Resta vede una competizione internazionale tra grandi scuole sempre più serrata. Il Politecnico dieci anni fa era al 170esimo posto del ranking Qs delle università, il più prestigioso. Oggi è nelle prime venti per ingegneria (17esimo), architettura (nono) e design (quinto). «Stiamo giocando la nostra partita - dice Resta - sul piano dell’offerta formativa e della qualità del “pacchetto Milano”. Viviamo un momento di grande vitalità, uno dei passaggi della storia della città di maggiore progettualità. Abbiamo scelto di non rimanere nella nostra isola, ma di essere parte integrante di questa fase determinante per la città e tutto il Paese. Anche quando le partite non ci riguardano in maniera diretta».

Il rettore snocciola alcuni esempi della nuova vita del Politecnico. Nella competizione per ottenere la sede dell’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, sfumata solo al sorteggio che ha favorito Amsterdam tra le polemiche, il Politecnico ha messo a disposizione del team di candidatura la rete di relazioni internazionali frutto dei dieci accordi che l’Università ha in tutta Europa. Nello sviluppo dell’area che ha ospitato l’Expo, il Politecnico, anche in questo caso non coinvolto direttamente nel progetto, partecipa alla fase di avvio. Il dipartimento di matematica sta installando l’infrastruttura digitale di supporto dello Human Technopole, il centro di ricerca sulle scienze della vita che ha l’ambizione di diventare uno dei laboratori dell’innovazione più importanti sul mercato. «Un progetto molto serio», dice Resta, che è membro del cda. «Ma non aspettiamoci che domattina parta tutto. I tempi di queste operazioni sono mediamente lunghi. Quando abbiamo avviato l’insediamento del Politecnico alla Bovisa, nella periferia Nord di Milano, ci portavamo pane e salame da casa perché nei dintorni non c’erano nemmeno i bar. Oggi, in quel quartiere riqualificato, abbiamo sei dipartimenti e più di seicento professori. Anche l’insediamento della Statale nell’area Expo non ci riguarda direttamente, ma è strategico per Milano. Però non bisogna avere fretta. Sono ingegnere e so che ogni cosa ha i suoi step di realizzazione».

All’affermazione «sono ingegnere», però, non segue una spiegazione tecnica di fattibilità dei progetti e tempistica delle costruzioni. Resta, che sa essere spiazzante come solo pochi tecnologi sanno fare, pesca dall’album dei ricordi per riannodare i fili del discorso. «Il giorno dopo l’inaugurazione di Expo, di pomeriggio, ho visto mia moglie e i miei figli armeggiare con scope, stracci e detergenti. Scendevano in strada per pulire la Milano imbrattata dai No-Expo. Sono andato in strada con loro a cancellare le scritte dai muri e in mezzo alla gente ho capito che quel giorno Milano prendeva coscienza di sé e del suo futuro, stava rinascendo». Quel giorno, inconsapevolmente, veniva steso il nuovo progetto morale della città di cui da poco si sono cominciati a raccogliere i frutti.

Ma non bisogna fermarsi. Come per gli studenti, le lezioni, le aule, oggi è già ieri. Il rettore incassa la bocciatura del Consiglio di Stato sui corsi in inglese come lingua esclusiva, ma rimane convinto che quella sia la strada. Attrarre studenti dall’estero, fissare nelle loro menti il Politecnico, Milano, l’Italia. Diventare parte del loro progetto formativo e di vita. Quel che conta è come saremo tra cinque anni. Il mantra di Resta risuona ancora. «C’è l’accordo con la Tsinghua University di Pechino, nato grazie agli anni di paziente lavoro del prorettore Giuliano Noci, con cui abbiamo costituito una società per lo sviluppo di startup. Diventiamo l’hub europeo di quello che è il Mit cinese. Un progetto di grande prospettiva per il Politecnico. I cinesi scelgono Milano e non Parigi, i nostri studenti e le imprese che incubiamo. Solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile».

Grazie all’anima industriale dell’Università, che il rettore incarna con naturalezza. «Il rapporto con le imprese è uno dei cardini del Politecnico. Sono stato responsabile dell’area per il trasferimento tecnologico e posso dire che adesso siamo sulla strada giusta. Fino al 2010 il sistema era troppo macchinoso, il Politecnico era obbligato a entrare nel capitale delle imprese e i tempi non erano compatibili con quelli del mercato. Adesso, invece, brevettiamo, facciamo contratti di licenza e accompagniamo l’impresa alla produzione e sui mercati. Il Politecnico è stato fondato per fare questo tipo di attività, è una missione che sentiamo addosso tutti, dalla matricola al rettore. Ma – come è naturale – non tutte le idee scientifiche diventano impresa e il sistema industriale ha bisogno anche di una solida ricerca di base».

I brevetti di Resta, ne ha depositato sette, sono rimasti nel cassetto. «Il mio maestro diceva: “Se c’è un problema, Ferruccio è il primo a dare una risposta. Magari non è quella giusta, ma è un buon inizio”. Ecco, i miei brevetti, per il momento, ma solo per il momento (e qui rifà capolino l’autoironia, ndr), sono nel cassetto. Un brevetto in particolare riguardava una soluzione antivibrazione per il Ponte sullo Stretto di Messina, un’opera in cui credo e sui cui il Politecnico ha lavorato molto».

Poi ci sono le società di cui Resta era azionista. Anche in questo caso il rettore si diverte a prendersi in giro, anche se arrossisce un po’. «Una società era nata per far diventare elettromeccanici gli ammortizzatori dei treni ad alta velocità. Per il momento non è successo. L’altra avrebbe voluto trasformare le automobili in circolazione in vetture elettriche. Anche questo prima o poi accadrà». Resta diventa serio. «Un professore del Poli che avvia una startup intraprende un percorso fruttuoso per sé e per l’Università, ma il rettore non può avere conflitti d’interesse. Neanche in ipotesi. Ho liquidato tutte le quote delle società».

Nel tempo libero, il rettore Resta non brevetterà, non proverà a fare l’imprenditore. Farà pesca al traino, all’alba, in Liguria o in Corsica. Farà immersioni di osservazione con le bombole d’ossigeno (la pesca in apnea è un lontano ricordo). Al massimo guarderà in tv qualche partita della Juventus, l’altro piccolo tradimento di un ragazzo di Bergamo che a venti anni ha lasciato la città per il Politecnico e non fa il tifo per l’Atalanta.

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