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Da «America first» ad «America da sola»

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Scenari

Da «America first» ad «America da sola»

L’America può fare da guida al mondo senza alleati? Questa è la domanda che sorge dalla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirarsi da un accordo internazionale messo a punto con grande fatica per contenere le ambizioni nucleari dell’Iran.

L’esercizio unilaterale del potere statunitense è un’idea che attirava da tempo John Bolton, il Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Nel 2000, Bolton aveva suggerito: «Se dovessimo rifare oggi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, annuncerei un unico membro permanente, quello che riflette davvero la distribuzione del potere nel mondo».

Oggi Bolton lavora per un presidente col quale ha in comune lo stesso disprezzo nei confronti della cooperazione internazionale. Decidendo di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con Teheran, Trump ha respinto gli appelli personali giuntigli dalle autorità di Francia, Germania e Regno Unito.

La decisione nei confronti dell’Iran è soltanto l’ultimo esempio, e il più serio, dell’unilateralismo aggressivo dell’amministrazione Trump. Nel giugno scorso, Trump decise di far compiere agli Stati Uniti un’altra inversione di rotta rispetto a un accordo internazionale fondamentale, il Trattato di Parigi sul cambiamento del clima. Qualche giorno fa gli Stati Uniti hanno compiuto un ulteriore passo simbolico, trasferendo la loro ambasciata in Israele a Gerusalemme, mossa criticata da tutti i suoi più stretti alleati. Trump, inoltre, sta lanciando un vero e proprio assalto al sistema commerciale internazionale, minacciando di imporre dazi tassativi non soltanto alla Cina, ma anche ad alleati di primo piano come Giappone, Canada e Unione europea.

Queste politiche non nascono soltanto in virtù della sua politica dell’“America first”. Sempre più spesso, infatti, paiono ispirate a uno slogan diverso, quello dell’“America alone”, un’America da sola. La posizione dell’amministrazione Trump rispetto all’Iran è stata disapprovata da tutti gli altri firmatari dell’accordo (Francia, Germania, Regno Unito, Cina, Russia, Unione europea), anche se gode dell’appoggio di Israele e dell’Arabia Saudita. Nello stesso modo, l’approccio di Trump agli scambi commerciali e al cambiamento del clima non ha attirato alcun sostegno significativo da parte degli alleati.

L’unilateralismo americano avrà ripercussioni dirette in Medio Oriente. E ne avrà anche di indirette per il mondo nel suo complesso.

Jake Sullivan, funzionario dell’Amministrazione Obama che ha assunto un ruolo di primo piano nei colloqui segreti in corso tra Stati Uniti e Iran, pensa che Teheran si sentirà obbligata a rispondere al ritiro americano, ma «non in modo da scatenare una crisi immediata». Sullivan intende dire che gli iraniani sceglieranno di compiere alcuni passi relativamente poco provocatori, per esempio «incrementare la ricerca e lo sviluppo di centrifughe avanzate».

Ma anche la reazione più cauta conferirà maggior potere a coloro che negli Stati Uniti, in Arabia Saudita e in Israele vogliono che si proceda a un intervento militare contro l’Iran. Il presidente stesso potrebbe considerare la sua mossa come un mezzo per aumentare le pressioni sull’Iran, e costringerlo così a concessioni più grandi. Al contrario, alcuni consiglieri intimi di Trump come Bolton potrebbero desiderare davvero una guerra, con l’obiettivo ultimo di provocare un cambio di regime a Teheran. In un articolo del 2015 su un quotidiano, Bolton sosteneva la sua opinione scrivendo che «solo un intervento militare... potrà farci ottenere ciò che è indispensabile ottenere».

Anche se non dovesse portare inevitabilmente a un nuovo conflitto in Medio Oriente, la decisione di fare a pezzi l’accordo con l’Iran ha aperto un’enorme voragine all’interno dell’alleanza occidentale. Quando George W. Bush decise di invadere l’Iraq nel 2003, gli Stati Uniti ruppero i rapporti con Francia e Germania. L’amministrazione Bush, tuttavia, aveva ancora alcuni alleati importanti in Europa contro l’Iraq, compresi Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi e Polonia. Ma, nel caso dell’Iran, gli Usa non godono di alcun appoggio evidente da parte dei Paesi europei.

Anzi, in Europa dilaga una rabbia calma. Gli europei hanno affrontato il problema di capire se potrebbero continuare a rispettare gli accordi di Teheran semplicemente rifiutandosi di essere vincolati dalle sanzioni statunitensi. Farlo, però, sarebbe molto difficile, per ragioni che vanno al cuore del potere unilaterale dell’America. Gli Stati Uniti potrebbero obbligare aziende europee come Airbus e Total a scegliere tra il mercato Usa e quello iraniano.

Il potere economico americano va ben oltre l’accesso ai mercati. In extremis, i dirigenti europei che continueranno a fare affari con l’Iran potrebbero essere arrestati qualora viaggiassero negli Stati Uniti. E le banche europee che fanno affari con l’Iran potrebbero trovarsi estromesse dal sistema finanziario americano, oppure perseguite legalmente e costrette a pagare ingenti multe in America. «Le aziende tedesche che fanno affari in Iran dovrebbero ridurre immediatamente le loro operazioni» ha avvisato su Twitter mercoledì scorso il nuovo ambasciatore americano in Germania Richard Grenell. Tutto ciò riflette il ruolo del dollaro statunitense di valuta di riserva globale – realtà che l’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing definì un «privilegio eccessivo». A consentire agli Usa di usare la mano pesante con i suoi alleati – e così pure con i suoi avversari – è il dollaro. Almeno quanto la potenza militare americana.

La forza delle sanzioni americane e la portata del sistema giudiziario statunitense sono state comprovate negli ultimi anni. Sono questi elementi ad aver consentito agli Usa di recente di dare un giro di vite agli affari di Oleg Deripaska, un oligarca russo con legami col governo di Putin. Le imprese e le banche europee sono state obbligate a tagliare i rapporti con la società Rusal di Deripaska, sotto la minaccia di sanzioni indirette da parte degli Stati Uniti. Perfino i dirigenti della Fifa, la federazione internazionale di calcio, hanno toccato con mano il potere internazionale del dollaro quando nel 2015 furono arrestati in Svizzera per essere poi estradati negli Stati Uniti per rispondere dell’accusa di corruzione. La loro vulnerabilità legale, si è scoperto, era dovuta al fatto di essersi serviti di banche americane.

Il ruolo centrale dell’America nel sistema finanziario globale offre all’Amministrazione Usa un’arma economica immensamente potente. Il potere di quest’arma, però, potrebbe usurarsi se lo si usasse troppo di frequente. Sia Russia sia Cina hanno discusso di come provare a dar vita a sistemi di pagamento internazionali alternativi che facciano a meno degli Stati Uniti e utilizzino valute diverse dal dollaro. Anche gli europei adesso potrebbero essere tentati dall’idea di unirsi a questi sforzi, soprattutto se ciò fornisse loro l’occasione di dare slancio al ruolo internazionale dell’euro.

L’euro però è una valuta relativamente ancora recente. Il renminbi cinese non è del tutto convertibile. E il rublo non è un concorrente plausibile. Oltretutto, in teoria anche le aziende che commerciano fuori dagli Usa e che usano l’euro sono soggette al rischio di esclusione dai mercati americani. Il giorno in cui un’azienda internazionale potrà dire addio al dollaro e tenersi alla larga dai mercati statunitensi appare ancora molto lontano.

Un simile potere potrebbe indurre Trump a credere di godere di un campo d’azione considerevole per il suo unilateralismo a costo zero. Gli alleati dell’America, dal canto loro, potrebbero esprimere la loro disapprovazione dichiarando che è inaccettabile che gli Stati Uniti escano dagli Accordi di Teheran o dal Trattato di Parigi sul clima, ma in concreto c’è veramente poco che possano fare in proposito. Dopotutto, gli alleati europei dipendono non soltanto dal dollaro ma anche, come Trump non riesce a fare a meno di ricordare loro di continuo, anche dalla protezione militare americana.

Si sente dire che adesso gli europei sarebbero determinati a “fare di più” per la loro difesa, e così pure per una maggiore integrazione dell’euro. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato senza mezzi termini di credere che gli Stati Uniti «stiano in sostanza abdicando al ruolo di leadership globale», dice Sullivan. Date le difficoltà politiche e pratiche dell’integrazione, però, qualsiasi decisione probabilmente sarebbe solo incrementale.

Anche gli alleati asiatici dell’America devono affrontare un dilemma simile. Il Giappone è palesemente insoddisfatto per iniziative quali il ritiro dall’accordo per il Trattato di libero scambio nel Pacifico e per le minacce di dazi più onerosi. Ma Tokyo – che osserva con distacco e circospezione Trump programmare colloqui con il leader nordcoreano Kim Jong-un – ha ben poche alternative alla garanzia di sicurezza offerta dagli Stati Uniti.

In ogni caso, l’unilateralismo dell’amministrazione Trump non sarà a costo zero, anche se le spese non diventeranno subito apparenti. La sua rete di alleanze colloca gli Usa su un altro piano rispetto alle nazioni che l’Amministrazione ha identificato come i concorrenti strategici dell’America: Russia e Cina. I suoi alleati possono mettere sul tavolo asset concreti. Le basi militari oltreoceano sono i capisaldi del suo campo d’azione globale. La condivisione delle informazioni tra alleati contribuisce a far sì che gli Stati Uniti pongano un freno alla minaccia terroristica. Partner con le medesime opinioni contribuiscono a dar forma a standard legali e commerciali.

In particolare, più di ogni altra cosa, queste alleanze danno legittimità agli Stati Uniti quando cercano di esercitare il loro potere. Rispondere a ogni singola sfida con il ricorso alla forza militare o le sanzioni economiche non è fattibile per l’America. In tempi normali, gli Usa fanno affidamento sull’“ordine internazionale basato sulle regole” – un complesso di leggi e istituzioni a cui gli Usa e i suoi alleati hanno in buona parte dato forma nel corso di molti decenni. Cercando di reagire all’annessione della Crimea da parte della Russia o alle pretese avanzate dalla Cina sul Mar Cinese Meridionale, gli Usa hanno fatto appello alla legge internazionale e hanno fatto il possibile per mettere insieme il sostegno di altre nazioni alle Nazioni Unite e in altre sedi.

Affinché un ordine basato sulle regole possa funzionare, però, gli Stati Uniti devono essere in grado di dimostrare di essere disposti, di tanto in tanto, a essere vincolati dalle regole – accettando anche i giudizi sfavorevoli del Wto, per esempio, oppure clausole non proprio ideali contenute nell’accordo con l’Iran.

Sono proprio questi vincoli al potere americano quello che Trump e i suoi consiglieri come Bolton non sembrano essere più disposti ad accettare. Di conseguenza, invece di fare affidamento su un sistema basato sulle regole, l’amministrazione Trump sta cercando di orientarsi verso un ordine basato sul potere: un ordine nel quale gli Usa stabiliscono le regole e gli altri sono obbligati a seguirle. Questo sistema potrebbe anche funzionare, per un po’, ma costituisce un invito agli avversari a mettere alla prova la volontà dell’America con azioni unilaterali in Europa, Asia e Medio Oriente. E questa, in definitiva, è la formula per un mondo estremamente più pericoloso.

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