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Il «fascino» del modello autoritario di Pechino

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Scenari

Il «fascino» del modello autoritario di Pechino

La Cina diventerà la più importante potenza economica e geopolitica al mondo nel volgere di poco? O ha già raggiunto questo status, come alcuni ipotizzano? E, nel caso in cui la risposta a entrambe le domande fosse affermativa, quali sarebbero le implicazioni globali per il futuro della democrazia?

Gli indicatori dell’ascesa della Cina sono evidenti. La Cina è fiduciosa di poter distaccare gli Usa in termini di Pil aggregato entro vent’anni, anche se prevedere quando potrebbe riuscirci dipende dai tassi di crescita delle due economie e dal tasso di cambio usato per convertire il renminbi in dollaro. Già oggi la Cina è la più importante economia commerciale del pianeta, e la sua spinta a internazionalizzare il renminbi ha fatto sì che una percentuale sempre maggiore di quegli scambi commerciali sia effettuata nella sua valuta.

Oltretutto, Pechino sta incrementando gli investimenti esteri dall’Africa all’Asia meridionale, e dai suoi partner commerciali indebitati riceve in cambio basi militari e asset geostrategici. La sua Belt and Road Initiative moltiplica gli investimenti cinesi all’estero e approfondisce i rapporti economici con i Paesi nell’area euroasiatica. Infine, c’è il soft power cinese, fatto di programmi scolastici, scambi culturali, mostre nei musei e progetti dell’Unesco.

La sua influenza geostrategica, il suo soft power in espansione e il suo successo economico ininterrotto lasciano intuire che altri Paesi vedono nella Cina un esempio da emulare e sono attratti dal suo modello politico che rifugge dal caos della democrazia occidentale a favore di un controllo amministrativo centralizzato. I motivi di attrazione sono più invitanti se si tiene conto dell’incoerente approccio all’arte di governo dell’Amministrazione Trump, dei tentativi sconclusionati dei Tory di gestire la Brexit, e delle difficoltà dell’Italia di formare un governo.

In confronto, quanto più la Cina proietta potere, benessere e stabilità, tanto più grande è il fascino del suo modello autoritario. Gli osservatori nei Paesi emergenti e in via di sviluppo sono pronti a far notare che nei sistemi democratici le decisioni sono faticose da prendere e difficili da mantenere. Sia il loro iter sia i loro risultati sono inaffidabili. Il sistema cinese - che ha mantenuto da due generazioni quello che aveva promesso - ha molti più punti positivi a suo favore, in particolare dalla prospettiva dei Paesi poveri per i quali una crescita sostenuta è la priorità assoluta.

Ciò rende inevitabile per un numero sempre più grande di Paesi seguire il sistema di governance della Cina. Questa osservazione mette in dubbio il futuro della democrazia.

Tale pronostico troppo fiducioso, tuttavia, omette di considerare un punto decisivo: la democrazia sarà anche caotica, ma include un meccanismo integrato di correzione della propria rotta. Quando una politica si rivela fallimentare, i politici in carica responsabili dell’errore possono essere destituiti e rimpiazzati, quanto meno in linea di principio, da loro avversari più competenti. Un regime assolutistico, invece, non dispone di un meccanismo automatico di rettifica di questo tipo. I leader autocratici non cederanno mai facilmente il potere e potrebbero anzi scegliere di ripetere le loro politiche fallimentari. Non vi è modo di obbligarli a fare altrimenti. Un’insurrezione popolare, come quella di Solidarnosc in Polonia, o una sedizione dell’alta burocrazia, come nell’Urss, potrebbero forzare la situazione. Ma, in genere, ciò accade solo quando è indispensabile porre fine a uno stallo prolungato in politica e della politica, e il più delle volte si ottiene pagando un prezzo alto in termini di violenze e di perdita di vite umane.

L’idea che i leader cinesi possano continuare a sottrarsi a tempo indefinito a gravi errori politici e che la loro abilità di gestire una crisi non sarà mai messa alla prova è a dir poco stravagante. A far precipitare la crescita potrebbe essere uno qualsiasi di numerosi shock ipotizzabili: il fallimento di una grande azienda molto indebitata, le rivelazioni sui nodi inconfessati di alcune istituzioni finanziarie cinesi, un brusco aumento dei prezzi energetici globali o un evento geopolitico. L’apertura dei mercati finanziari cinesi incrementa l’esposizione della sua economia ai flussi instabili dei capitali e accentua la possibilità di una fuga degli stessi. Oltre tutto, data la sua vicinanza alla Corea del Nord, la Cina non può dirsi ubicata in una regione ideale dal punto di vista geopolitico.

Le cose accadono e, se le autorità cinesi non sapranno gestire le ricadute quando si renderà necessario farlo, l’opinione pubblica potrebbe ribellarsi al regime e a quel punto la reazione sarà significativa. Potrebbe trattarsi di un evento - possiamo ricordare Piazza Tienanmen? - che nessun governo vorrebbe che si ripetesse in casa sua.

La Cina si sta affermando come una potenza mondiale. Credere che il Paese possa continuare a crescere a tassi del 4-6% per un lungo periodo viola la prima legge dei pronostici: non dedurre il futuro dal presente. A un certo punto, la Cina si imbatterà in ostacoli lungo la strada, e nulla garantisce che i suoi leader ammetteranno gli errori e adegueranno le loro politiche di conseguenza.

A quel punto, il modello cinese del forte controllo politico centralizzato risulterà meno allettante per gli altri Paesi, soprattutto se il regime darà un brusco giro di vite alla società civile. E in quel momento, in fin dei conti, la democrazia potrebbe avere ancora un futuro.

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