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Banche, la via ripida (e rischiosa) dei rimborsi agli azionisti

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banche e risparmio

Banche, la via ripida (e rischiosa) dei rimborsi agli azionisti

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La crisi che ha travolto le banche italiane a partire dal novembre 2014 è stata una ferita dolorosa che in larga parte deve ancora rimarginarsi. Una crisi di fiducia nei confronti del mercato ma soprattutto dei risparmiatori, finiti ormai da tempo all’attenzione della politica e dunque anche dell’esecutivo in via di formazione, come ha esplicitato l’altroieri il premier incaricato Giuseppe Conte.

Nei grandi crack bancari i risparmiatori italiani hanno perso svariati miliardi investiti in azioni (di Banca Marche, Etruria, delle popolari venete, di Mps) e 3 miliardi in obbligazioni, in larga parte però già rimborsati dallo Stato - nel caso del Monte - o dalle altre banche, attraverso il Fondo di solidarietà istituito presso il Fondo di tutela dei depositi.

Proprio questa esperienza, che al 29 marzo scorso aveva visto liquidati 180,8 milioni a 15mila risparmiatori, ha messo in luce la complessità che porta con sé un’operazione risarcitoria, chiamata a conciliare celerità, trasparenza ed equità. Dalla rendicontazione regolarmente aggiornata sul web emerge che più del 10% delle pratiche ha visto liquidata una somma superiore ai 20mila euro.

Non è poco. O comunque è tanto, per un piccolo risparmiatore. D’altronde, per godere del rimborso bastava godere di uno dei due requisiti previsti, cioè il patrimonio mobiliare inferiore ai 100mila euro al 31 dicembre 2015 e reddito complessivo lordo 2014 inferiore ai 35mila euro. Legittimo il sospetto che tra le tante pratiche evase in pochi mesi si siano soddisfatte (lecitamente) le richieste di qualche evasore, visto che è difficile pensare che chi ha redditi bassi possa permettersi decine di migliaia di investimenti in bond. Un piccolo esempio dei grandi errori che, anche in buona fede, si possono commettere quando si opta per la via del ristoro.

Questa è solo una questione di forma. Che però accende ulteriori perplessità intorno alla questione di sostanza, cioè l’ambizione espressa dal premier incaricato e formulata nel contratto di governo Lega-M5S di ristorare anche gli azionisti truffati. Un’operazione, questa, che violerebbe le leggi attualmente in vigore (la direttiva sui salvataggi bancari, recepita nel nostro ordinamento), e che esporrebbe lo Stato a potenziali esborsi miliardari quanto all’esito ma anche al perimetro. Fino a quando si potrà andare indietro nel tempo per individuare gli azionisti truffati? Se guardiamo indietro nel tempo, le due ex popolari venete da sole hanno «bruciato» oltre 10 miliardi di valore azionario, e il Monte ben di più considerando i diversi aumenti succedutisi negli anni. Chissà quanti azionisti truffati ci sono qui in mezzo. E chissà quanti azionisti truffati si nascondono anche tra le società non bancarie: perché, a questo punto, non prendere in considerazione anche loro? Strada ripida, e rischiosa.

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