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Conte, il Governo «amico del popolo» e i risparmi degli italiani

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i nodi da sciogliere

Conte, il Governo «amico del popolo» e i risparmi degli italiani

(Fotogramma)
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L’incarico dato a Giuseppe Conte di formare il nuovo governo ha suscitato preoccupazioni, in Italia e all’estero. Vale la pena di discutere le ragioni di quelle preoccupazioni, anche se non è certo che il presidente-incaricato condurrà in porto la missione assegnatagli dal Presidente della Repubblica. Naturalmente, non mi riferisco alle preoccupazioni collegate alla biografia personale del presidente-incaricato. Come si dice oltre Manica, per sapere come è il budino occorre assaggiarlo. Mi riferisco invece agli aspetti politici collegati a quell’incarico. Tre in particolare: lo stile, il ruolo e la prospettiva del presidente-incaricato.

Cominciamo dallo stile politico. È la prima volta che un incaricato alla presidenza del Consiglio si auto-definisce come «l’avvocato difensore del popolo italiano» oppure viene presentato, dai leader dei due partiti che lo hanno proposto per quella carica, come «l’amico del popolo». Con tali espressioni, il populismo verbale è entrato di forza nel vocabolario della politica ufficiale,inquinandone le basi costituzionali. Se Giuseppe Conte riuscirà a dare vita a un governo, quest’ultimo sarà espressione di una maggioranza parlamentare (peraltro abbastanza risicata) e non già del “popolo” in quanto tale. Il popolo italiano è rappresentato anche dai partiti che si collocheranno all’opposizione, così come fanno parte di esso coloro che non sono andati neppure a votare. In una democrazia liberale, la divisione non è tra il popolo e le élite, ma tra diverse visioni e differenti programmi politici, a loro volta promossi e sostenuti da componenti diverse sia del popolo che delle élite. Giuseppe Conte e gli altri leader dell’eventuale governo penta-leghista costituiscono una parte dell’élite politica del Paese, così come gli elettori che li sostengono costituiscono una parte del popolo italiano. Peraltro, è del tutto sorprendente che si definisca portavoce del popolo un presidente-incaricato, come Conte, che non è stato neppure eletto dal “popolo”, ma scelto dai leader della maggioranza di governo.

Così aggiungendosi alla lista di capi di governo non-eletti che erano stati oggetto di un dispregio ingiustificabile proprio da parte di coloro che ora hanno scelto Conte. È costituzionalmente legittimo scegliere un primo ministro non-eletto, tuttavia tale legittimità non può essere piegata alle convenienze politiche del momento. Le democrazie liberali sono state sconfitte dalle parole prima ancora che dalle azioni. Se il professore di diritto privato Giuseppe Conte si abbassa al livello di un analfabeta della democrazia come Alessandro Di Battista, allora è inevitabile l’inquinamento della nostra democrazia costituzionale.

Vediamo ora il ruolo politico che il presidente-incaricato potrà assolvere. La nostra costituzione definisce in modo preciso e vago allo stesso tempo la funzione del presidente del Consiglio. Se è vero che l’articolo 95 afferma che quest’ultimo «dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri», è anche vero che tale funzione sia stata diversamente interpretata dai presidenti del Consiglio che si sono succeduti. Tuttavia, a partire dalla metà degli anni 90 del secolo scorso, la tendenza è stata verso il rafforzamento del ruolo del capo del governo. Il quale si è trasformato, da presidente del Consiglio, in un vero e proprio primo ministro. Cioè in un Principe democratico, per dirla con Niccolò Machiavelli. Tale trasformazione è stata sostenuta da diversi processi, in particolare dalla verticalizzazione decisionale indotta dal funzionamento delle istituzioni sovranazionali. L’evoluzione intergovernativa dell’Unione europea ha trasformato il Consiglio europeo dei capi di governo nazionali (e l’Euro Summit di quelli dell’Eurozona) in una sorta di governo collegiale dell’Europa.

Se il Trattato di Lisbona (TEU, Art. 15.3) aveva previsto che il Consiglio europeo si riunisse almeno «due volte ogni sei mesi», tra il 2010 e il 2017 esso si è riunito in media sette volte l’anno, senza contare le riunioni dell’Euro Summit oppure quelle informali tenute in occasioni di crisi impreviste (come la Brexit). È stato fatto notare che i capi di governi dei Paesi dell’Ue si riuniscono più spesso tra di loro che con i rispettivi ministri del proprio governo nazionale. Se così è, come agirà Conte in quei Consigli, visto che Luigi Di Maio e Matteo Salvini sostengono che «il leader è il programma»? Chiederà l’interruzione delle riunioni ogni qualvolta si discuteranno temi non previsti dal quel programma, così da potere telefonare a chi lo ha steso? L’«Economist» ha paragonato il nostro presidente-incaricato al protagonista della commedia goldoniana «Il servitore di due padroni» (1745). Nella commedia, alla fine, Truffaldino riesce a salvarsi dalle proprie furbizie. Escluderei che la furbizia possa servire a Bruxelles.

Passiamo infine alla prospettiva politica. È vero che il presidente-incaricato si è impegnato a confermare «la collocazione europea dell’Italia». Ma che significato ha tale impegno, se poi non è in grado di garantire che il ministero dell’Economia non venga assegnato a qualcuno che (al di là delle sue intenzioni) potrebbe mettere in discussione quella collocazione? Basti pensare che, nel corso delle trattative per il governo, lo spread è salito a 210 punti base mentre era a quota 113 un mese fa (avvicinandosi così alla soglia di 250 punti base che escluderebbe il nostro Paese dalle politiche di quantitative easing della Banca centrale europea) oppure che Moody’s, vista la forzatura penta-leghista sul ministro dell’Economia, abbia deciso di mettere sotto osservazione il rating dell’Italia per un suo possibile declassamento. Naturalmente, in una democrazia parlamentare, il governo deve ricevere la fiducia della maggioranza del Parlamento. Tuttavia, quel governo, non può non tenere in conto la moral suasion del capo dello stato. Quest’ultimo non ha il potere di imporre un ministro inconciliabile con la maggioranza che sostiene il governo. Tuttavia, può e deve prevenire la scelta di un ministro che potrebbe risultare inconciliabile con «la collocazione europea» dell’Italia. È paradossale che il difensore del popolo Giuseppe Conte non si preoccupi di difenderne i risparmi. Qual è la sua prospettiva politica?

In conclusione, vi sono ragioni politiche che giustificano le preoccupazioni diffuse in Italia e altrove sul populismo giunto al governo. Esso, infatti, usa un linguaggio illiberale, propone una strutturazione governativa improbabile e riafferma una visione dell’Europa che mette a rischio i nostri interessi.

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