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La sfida delle piattaforme e la qualità delle notizie

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i big del digitale a confronto

La sfida delle piattaforme e la qualità delle notizie

(Afp)
(Afp)

«Se non si paga, qualcun altro sta pagando, ed è lui che stabilisce il livello della verità, non tu che la vedi e la leggi». Stordiscono le parole di Jeff Bewkes, che guida il colosso Time-Warner, che possiede la storica rete televisiva americana Cnn. Lui produce contenuti – di qualità, come non molti altri in Usa – e li deve vendere. E contesta a fondo che altri se ne impadroniscano e li rivendano ai miliardi di utenti, guadagnandoci e parecchio. E li cita apertamente: Google e Facebook, le maggiori piattaforme digitali del pianeta, i colossi, spesso contestati per le loro posizioni egemoniche. Ma il capo di Time-Warner dopo l’intervento alla fine finisce a parlare con Richard Gingras, vice presidente di Google News, sotto il palco del Borgo La Bagnaia. «Mi ha spiegato che secondo lui noi abbiamo troppo potere contrattuale – ci dice -. Io gli ho spiegato che per noi è un valore quello di avere informazione di qualità ma che non è corretto quando si dice che le cose si leggono su Google. La piattaforma risponde a una ricerca. Semplicemente» ha detto il manager di Mountain View.

Ma a ben vedere tra i due grandi mondi del digitale il conflitto c’è, anche se nel “summit globale” di Borgo La Bagnaia dell’Osservatorio Giovani-Editori, si percepisce che le piattaforme cercano un approccio il più possibile fair con i content provider. «Cercate i soldi che hanno finanziato l’informazione» ripete Bewkes, «è fondamentale tenere insieme la partnership tra chi scrive e chi legge», e fa l’esempio di un contenuto Cnn che finisce per essere visto su Snapchat e così il beneficio non arriva a chi lo ha prodotto. Ma Google ripete il concetto: «Le notizie che vedete non le leggete su Google ma sui siti che le hanno prodotte, alla fine noi portiamo traffico, e questo è il senso di internet, che è un mezzo» ribatte Carlo D’Asaro Biondo, presidente Emea. Il confronto tra i colossi che si spartiscono l’enorme fetta di giro d’affari che alla fine non si sa neppure quante persone al mondo coinvolga, ben oltre i quattro miliardi stimati, è una faccia della medaglia dei problemi, l’altra è rappresentata dalle cosiddette fake news, tema su cui sono tutti ormai impegnati, a partire da Facebook. «Da qualche tempo stiamo dando un forte priorità alle notizie di qualità» osserva Alex Hardiman, direttore News Products, «tra i nostri obiettivi c’è aiutare gli editori per sviluppare i cosiddetti instant articols. Questi modelli sono un acceleratore di notizie». Negli ultimi 18 mesi, assicura, abbiamo fatto progressi per combattere contro chi agisce male e combattere fake news.

Cosa possiamo fare? Eliminare gli incentivi economici, creare nuovi prodotti che impediscano la diffusione delle fake news e far sì la gente sia più informata condividendo fonti autorevoli». «Il social network», ha spiegato la manager «sta anche lavorando con terzi per ridurre le notizie false dalla piattaforma». E ha auspicato che occorre migliorare il giornalismo di qualità. Certo, anche Facebook ha scontato dei ritardi, che forse hanno contribuito a creare i noti problemi («inaccettabili, dobbiamo ricreare la fiducia»), e Hardiman riconosce che il colosso, nato nel 2004 per collegare amici e familiari e che ormai connette due miliardi di persone, «in una fase non ha visto in tempo cosa stava succedendo».

L’altra grade piattaforma è Twitter, la “casa delle notizie” come l’ha definita Peter Greenberg, direttore global content partenership news, il custode delle interazioni con i produttori di contenuti. «Twitter è veloce, si sa: le persone possono vedere in tempo reale cosa accade in ogni parte del mondo. Tutti lo possono usare, si può comunicare con tutti e questo creare davvero la possibilità di dialogo tra le persone, e anche con gli eventi» e fa l’esempio di quanto è stata seguita in diretta twitter la recente eclissi di Sole negli Usa: otto miliardi di tweet di quattro miliardi di autori dei cinguettii, con sette miliardi di visualizzazione. Ma gli editori, che pagano le redazioni per produrre notizie di qualità? «I nostri pagamenti agli editori aumentano del 60%, abbiamo video visti da due miliardi di persone che permettono un significativo guadagno per gli editori». C’è quindi una (ovvia) ricerca del dialogo delle piattaforme verso gli editori (di qualità), e il messaggio è guardare ai giovani, i nativi digitali: «La metà dei nostri utenti – sorride Greenberg – ha meno di 25 anni».

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