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Regole severe per le «neo-sorelle»

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privacy e dati

Regole severe per le «neo-sorelle»

Nel giro di un decennio o poco più, le grandi illusioni di ieri – la democrazia elettronica, l’intelligenza inter-connettiva – si sono trasformate nel disincanto odierno provocato dalla violazione della privacy dei netizens per la “profilazione” di dati personali da parte di social network, come Facebook e Youtube, il canale di video (e advertising)di Google. È la riprova che la società dell’informazione è il tentativo di costruire una nuova infrastruttura di controllo, iniziato con la società industriale? Lo sosteneva nel 1986 James R. Beniger in The Control Revolution. Bauman e Lyon lo confermano in Sesto potere (2014).

Non è apparsa sufficiente l’autoregolamentazione invocata da Zuckerberg al Congresso statunitense. Sono necessarie regole pubbliche, stabilite dagli stati. Sul territorio dei 28 Ue, dal 25 maggio opera la Gdpr (General data protection regulation). Tra l’altro, prevede sanzioni miliardarie per chi infrange le regole, a iniziare dalle “neo-sorelle” statunitensi intente a processare e profilare i dati di miliardi di clienti: una porta girevole per commercio e politica, come dimostrato dalle recenti consultazioni in Usa, in Germania e in diversi Stati dell’India. Giuste quindi regole pubbliche che sanzionino le trasgressioni dei diritti dei netizens. Anche Zuckerberg ne sembra convinto, dopo il mea culpa al Parlamento europeo a Bruxelles.

Le ombre sui social network si allungano non solo sull’uso improprio dei dati dei cittadini nella rete (ceduti a cascata a terzi), ma anche sugli effetti economici distopici del dominio delle grandi piattaforme. Dobbiamo valutare e gestire il potere distruttivo industriale esercitato da Google, Apple, Amazon, Facebook, Microsoft e dintorni, sui mercati nazionali. Nessuno avrebbe immaginato l’esplosione di Amazon. Ha colto tutto il retail mondiale impreparato a mettere in campo risparmi, come supermarket senza personale. I vari provider telecom nel mondo non avevano previsto che le loro entrate sarebbero state decimate da Whatsapp. Il gioco nel frattempo è cambiato, perché il business delle piattaforme tecnologiche più importanti non deriva da incassi per chiamate o accesso a Internet, ma da “tutti connessi”, in modo da monetizzare i dati dei singoli – meglio, della “solitudine” – della loro platea globale.

Dove Uber si è radicato e ha avuto successo, ha decimato il vecchio sistema taxi, come l’ascesa di Airbnb ha messo in discussione il sistema alberghiero. Al pari della Gig economy, sono nuovi modi di lavorare e di organizzare nell’ambito di una grande infrastruttura globale di rete. Le nuove idee spesso inceneriscono vecchi sistemi di produzione e d’intermediazione e con essi lavoro. Nel tecno-entusiasmo che ci avvolge, ci dimentichiamo che l’innovazione crea, oltre vincitori, anche perdenti.

La distruzione è maggiore quando c’è convergenza “monopolistica” delle grandi piattaforme per l’impiego combinatorio di tecnologie e algoritmi è il fondamento della nuova rivoluzione industriale 4.0. Questa non si caratterizza per un prodotto, ma per il servizio rilasciato con la combinazione e convergenza di tecnologie in numerosi campi, tra cui robotica, intelligenza artificiale, biotecnologie, nanotecnologie, Internet delle cose, stampanti 3D, droni e veicoli “più autonomi”. Si aprono nuovi sviluppi che condannano alla scomparsa lavoro e imprenditorialità tradizionali. È la “distruzione creativa” di Schumpeter; ma non proprio o non sempre. Come ha confermato in aprile la Corte d’Appello di Milano nel caso dell’app Faround dell’azienda italiana Business Competence, le grandi sorelle come Facebook si comportano da monopoli onnipotenti violando diritti d’autore ed esercitando concorrenza sleale nei confronti di piccole imprese digitali creative. Il vecchio è incenerito e il nuovo è in qualche modo fagocitato.

Si sta creando una grande infrastruttura AI globale in mano alle principali piattaforme statunitensi che funge da cornice a una vita tecnologica sempre più perimetrata e suscettibile alla “realtà aumentata”. Fino a oggi le “neo-sorelle” hanno avuto la possibilità di decidere a piacimento perimetro e regole d’azione dei clienti (compiaciuti). L’Ue, a parte la Gdpr, è però costretta a fare buon viso a cattivo gioco, affidando alle neo-sorelle un enorme potere di controllo sulla vita nazionale e comunitaria e riconoscendo una “nuova casta” al comando della stanza dei bottoni. Si tratta di un cerchio elitario ben più ristretto della superclass globale di David Rothkopf e dell’élite mondiale di Davos. C’è da considerare la dipendenza delle economie nazionali europee da un partner non così affidabile come gli Usa ai tempi di Trump; c’è necessità di proteggere gli interessi europei a scala mondiale. L’America first è supremazia militare e tecnologica. L’Ue dovrebbe riflettere su questa doppia egemonia a stelle a strisce che plasma vita economica e civica. Dovrebbe imparare a fare a meno degli Usa come sostiene Elmar Brok (Il Sole 24 Ore del 12 marzo).

Ovunque in Occidente, il campo d’azione di grandi e piccole organizzazioni è ormai perimetrato dalle nuove mappe tecnologiche tracciate dall’infrastruttura AI che si sta perfezionando in mano al monopolio statunitense. Per anni, la politica e gli Stati hanno fatto gli gnorri di fronte alla scalata di società miliardarie del web. Ne è testimonianza l’evasione fiscale di queste società. Sembra necessario – oltre regole efficienti che la Gdpr prevede – un telaio di governance internazionale delle nuove tecnologie, “a cascata” fino alla negoziazione e contrattualizzazione della tecnologia.

Sarà la paranoia di Keiichi Matsuda per la “realtà aumentata” che ci fa pensare ai rischi di una comunicazione controllata da una piccola casta di potenti? O è il momento che anche i “tecno-entusiasti” prendano atto che la sfida della società tecnologica presenta rischi che nessuno può ignorare?

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