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Il destino comune di Italia e Unione

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DOPO LE PAROLE DI Oettinger

Il destino comune di Italia e Unione

Avrebbe bisogno di abili pompieri e non di solerti piromani l’Europa sull’orlo di una crisi che, se non sarà fermata al più presto, potrebbe travolgerla. Dopo Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Malta, tutti Paesi che di volta in volta l’hanno pagata cara e per diversi anni ma alla fine ne sono usciti più forti e ristabiliti, è l’Italia, cioè la terza economia dell’euro con uno dei maggiori debiti (132% del Pil) del mondo, a essere entrata nell’occhio del ciclone.

Crisi inedita in queste proporzioni per l’Eurozona e perciò molto più difficile da sostenere e risolvere: di sicuro l’Esm, il Fondo Salva-Stati intervenuto per puntellare gli altri Paesi, da solo non sarebbe in grado di affrontarla. Mezzi finanziari inadeguati. Per questo meglio scongiurarla o comunque almeno evitare di aggravarla. Invece no.

Mettendosi in diretta concorrenza con gli incendiari nostrani il tedesco Guenther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio già distintosi per gaffe e grevi commenti in libertà, ha pensato (prima di pentirsene) di versare altra benzina sul fuoco. «Saranno i mercati a insegnare agli italiani a votare la cosa giusta», ha tagliato corto in un’intervista alla Deutsche Welle. Parole irresponsabili e sconsiderate, trionfo dell’inopportunità politica e della sua personale inadeguatezza al compito.

Tanto da indurre Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, a lanciare un appello alle istituzioni Ue: «Rispettate gli elettori, siamo qui per servirli e non per dar loro lezioni». Sulla stessa linea i presidenti di Commissione e Parlamento.

Resta un interrogativo vecchio di qualche anno ma al quale nessuno finora ha dato una risposta onesta e politicamente coraggiosa: e cioè se l’euroscetticismo che, dopo altri Paesi, ha espugnato l’Italia, antico baluardo del più convinto e diffuso euro-entusiasmo nell’Unione, sia il mostro deforme partorito chissà dove o solo il figlio legittimo di un’Europa che, per amor di conservazione, credo ideologico e quieto vivere, ha preferito negare o minimizzare i problemi della sua gente, le nuove ansie di società scosse dai radicali cambiamenti indotti dall’europeizzazione e dalla globalizzazione: la fine delle certezze socio-economiche acquisite sul futuro, l’impatto con le nuove insicurezze, a cominciare dalla bomba migratoria e gli squilibri che si trascina dietro se non gestita con lucida lungimiranza.

Troppo facile attaccare il voto degli italiani come prima quello di britannici, greci, austriaci, polacchi, ungheresi o degli stessi scandinavi. Se l’Europa non riesce a stare al passo con i propri valori fondamentali, il problema non è delle democrazie dissennate che votano male ma di un club che ha perso contatto con le realtà che lo circondano. Se perdono nell’urna, e non solo in Italia, Unione e partiti tradizionali non possono che accusare se stessi e la propria incauta miopia politica.

Anche per tale motivo qualsiasi messa in guardia a questo o quel Paese membro, che non si accompagni a una forte autocritica e a messaggi nuovi e costruttivi, è destinata a fare più male che bene a chi la lancia, perché soffia vento nelle vele degli euroscettici, alimentando istinti nazionalisti che impazzano dovunque.

Nonostante i suoi evidenti limiti e difetti, l’Europa resta una scelta obbligata nell’era dei colossi globali con cui si deve misurare, cominciando da Stati Uniti e Cina. Negarlo equivale a barare, giocarsi il futuro facendo puro autolesionismo. Bisognerebbe dirlo chiaro che una scelta di rottura, con il mega-debito da finanziare e i mercati in fermento, punirebbe per primi salari, pensioni e risparmi delle fasce più deboli e provate del Paese, quelle che a parole si dice di voler difendere.

Il che non significa che il nostro rapporto con l’Europa debba passare per la cieca sudditanza o un’acritica sottomissione. Tutt’altro. Nessuno del resto ha mai considerato l’Italia figlia di un Dio minore: se siamo scivolati in basso dobbiamo solo ringraziare la nostra cultura provinciale, poca professionalità e discontinua attenzione negoziale. I partner ne approfittano.

Sia pure per ora senza grandi risultati, oggi si tenta di rifare l’Europa e le sue regole per farne un soggetto più maturo, efficiente e vivibile per tutti quelli che la abitano con diffuso e crescente scontento. Per l’Italia è il momento giusto per far sentire il suo peso, vivere nelle istituzioni Ue con maggiore assertività, voglia di confronto e di cambiamento. Sapendo però che per centrare i propri obiettivi deve essere un interlocutore credibile e per esserlo non può giocare allo sfascio alla leggera.

L’Unione ha fatto proprio questo a se stessa, e senza neanche rendersene conto. È ora che l’Europa risorga dai propri errori. Come l’Italia. Entrambe hanno un’urgenza comune: unire le proprie fragilità, smentire le aspettative negative dei mercati. Scongiurando una crisi che non conviene a nessuno.

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