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Oltre il nodo della condivisione dei rischi

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L'Analisi| Il tavolo di Francoforte

Oltre il nodo della condivisione dei rischi

Il sistema bancario italiano sta uscendo dalla crisi più grave del dopoguerra, ma l’Europa deve finalmente dimostrare di saper affrontare nodi decisivi come quello della condivisione dei rischi finanziari. È nell’interesse delle banche, ma soprattutto di tutti i cittadini, nello spirito della tutela del risparmio che ha valore costituzionale. È questo il messaggio fondamentale della parte della relazione del governatore dedicata alle banche e che registra con soddisfazione i due principali progressi del 2017. Il rendimento medio del capitale è salito al 4%, contro -5,7% dell’anno precedente e i crediti deteriorati (al netto delle rettifiche già effettuate) si sono portati al 7,5% dei prestiti totali, mentre quello delle banche significative vigilate dalla Bce è del 5,9 per cento.

Ma il bicchiere è ancora mezzo vuoto: il Roe rimane inferiore al costo medio del capitale e quindi non remunera adeguatamente gli azionisti che pure hanno messo ripetutamente le mani al portafoglio per irrobustire il patrimonio come richiesto dalle autorità internazionali e hanno contribuito via Fondo interbancario di tutela dei depositi e Atlante, a tamponare i noti focolai di crisi.

Analogamente, i crediti deteriorati rimangono ben al di sopra della media europea: per le banche significative più che doppi, il che indica che il cammino è ancora lungo. Ma proprio questo tema spinoso dimostra che l’accentramento nella Bce della vigilanza non è esente da problemi che richiedono un’interlocuzione forte e credibile dell’Italia. L’ansia di fare chiarezza rischia di creare più problemi di quanti ne risolva. Con riferimento alle recenti decisioni della Bce, Visco ha testualmente ricordato di aver «sottolineato più volte i rischi dell’imposizione di tempi troppo compressi per la riduzione dei prestiti deteriorati» che risultano penalizzanti per Paesi come il nostro in cui i tempi di recupero dei crediti sono assai più lunghi della media. Del resto, la storia delle crisi bancarie insegna che mettere eccessiva pressione sullo smaltimento delle perdite può portare le banche a vendere le partite dubbie a prezzi inferiori al valore economico di recupero, con ulteriori perdite non giustificate.

È questo il motivo fondamentale per cui molti commentatori hanno chiesto da tempo di dare una soluzione comune a un problema che riguarda l’intera periferia d’Europa e quindi non può essere affidato, come invece viene fatto, solo a iniziative nazionali. A favore di soluzioni di questo tipo sono scesi in campo il Fondo monetario, la Bce, l’Eba ma nessun risultato concreto è stato ottenuto.

Tutto questo perché i Paesi forti dell’Europa a cominciare dalla Germania, ogni volta che sentono odore di condivisione dei rischi si chiudono dietro la rocciosa convinzione che ognuno deve lavarsi i panni sporchi in casa e solo allora si possa sedere al tavolo della trattativa. Non è così da un punto di vista strettamente economico e comunque l’Europa è nata con ideali e obiettivi ben diversi. Ma come ha ricordato Visco, nei prossimi mesi verranno affrontate questioni di grande rilievo che possono dare finalmente risposte adeguate perché l’Europa ha bisogno di creare strumenti per affrontare shock economici e finanziari in un contesto in cui quelli nazionali sono inadeguati. Il meccanismo di condivisione dei rischi bancari, dalle sofferenze a un vero sistema europeo di assicurazione dei depositi sono tappe importanti in questo processo.

La posta in gioco non è solo lo stato di salute delle banche, ma la stessa difesa del risparmio degli italiani: la nostra ricchezza finanziaria, fra le più alte nel confronto internazionale, è stata senza ombra di dubbio difesa dall’euro che nella sua storia ventennale ne ha protetto il potere d’acquisto, a differenza di quanto avveniva quando la lira si avvitava nella spirale svalutazioni-inflazione. Anche solo un’ipotesi per puri scopi negoziali di uscita dall’euro porterebbe a un’emorragia di depositi bancari (basti ricordare quello che è successo in Grecia, Cipro e Portogallo) con conseguenti riflessi per la generalità dei risparmiatori e dell’economia e rischio di instabilità sistemica. Ma soprattutto, come ha ricordato esplicitamente Visco, non si potrebbero evitare perdite gravissime per la stragrande maggioranza degli italiani che hanno investito in titoli del nostro debito pubblico per un totale di ben 122 miliardi. Allora sì dovremmo parlare di risparmio tradito.

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