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Mercati e politica, una nuova narrazione

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Conflitti irrisolti

Mercati e politica, una nuova narrazione

(Ansa)
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Il conflitto tra politica ed economia è all’apice. Per i seguaci della supremazia della politica, le scelte di policy spettano ai rappresentanti eletti dal popolo. Nessuna ingerenza dei mercati è tollerabile. Impossibile non essere d’accordo sul primo punto. Sulla politica fiscale, imposte e spesa pubblica, il Parlamento è sovrano. Difficile invece concordare sul secondo. Nelle società capitalistiche, la politica deve fare i conti con i mercati. Chi, come noi, ha un debito pubblico enorme (130% del Pil) deve ricorrere continuamente ai mercati per finanziarlo. I mercati non fanno politica. Ma sono interessati a stabilire chi è in grado di restituire il prestito. Se una politica fiscale poco equilibrata, ma appoggiata da una maggioranza in parlamento, li spaventa (e può bastare anche solo un velato annuncio di default), i mercati reagiscono negativamente. Difficile non capirlo, perché accadrebbe anche alle famiglie. Provate a convincere la vostra banca ad annullarvi la restituzione del mutuo perché all’interno della famiglia avete deciso – all’unanimità – che preferite smettere di pagare le rate.

Ma sostenere che le persone semplicemente non capiscano oppure non accettino il ruolo dei mercati è riduttivo. La percezione che la politica si è piegata alle ragioni dell’economia è molto diffusa – non solo in Italia. Questa sensazione nasce anche dalla narrativa usata da tanti politici per giustificare riforme spesso impopolari. Due i capri espiatori più comuni: crisi economiche e vincoli esterni, soprattutto quelli prevenienti dall’Unione Europea. Eppure la scelta di sottostare alle regole e ai vincoli di Bruxelles è stata una scelta politica, anche se dettata in larga misura da motivi economici. In due decenni, gli anni 70 ed 80, la politica ha nettamente prevalso ed ha violato ogni possibile vincolo di bilancio per favorire le generazioni adulte di allora. Svalutazioni competitive della lira, monetizzazione del deficit, inflazione, pre-pensionamenti, accumulazione di debito pubblico sono tutti ricordi ed eredità di quegli anni. Entrare nel mercato comune Europeo e nell’Euro è servito a legare le mani alla politica ed evitare che queste policy miopi, di breve periodo continuassero. Vent’anni dopo, molti elettori e politici ritengono che i vincoli europei a cui ci siamo sottoposti siano diventati un cappio asfissiante.

In realtà, studi recenti mostrano che il malessere di molti elettori, italiani ma anche britannici e statunitensi, è legato soprattutto al progressivo senso di insicurezza economica che si è sviluppato negli ultimi anni sia dentro e che fuori l’area dell’Euro. Globalizzazione e progresso tecnologico hanno migliorato le condizioni economiche di centinaia di milioni di persone sul nostro pianeta, ma hanno anche creato una nuova categoria di perdenti. Persone – giovani ed anziane, molto spesso poco istruite – che hanno perso quella sicurezza del lavoro sperimentata dai loro genitori e che non sono state in grado di reinventarsi sul mercato del lavoro. Per molto tempo gli economisti non hanno riconosciuto che potessero esserci effetti negativi della globalizzazione su alcune fasce della popolazione. Le elezioni – in Italia ed altrove – ci hanno riportato alla realtà, mostrandoci che alcuni importanti problemi esistono e vanno risolti.

Capire come non è facile. Questo nuovo mondo globalizzato si evolve verso forme sempre meno strutturate di lavoro e disegnare sistemi di protezione dall’incertezza economica non è banale. Nella discussione politica di questi giorni sembra esserci molta nostalgia degli anni 80: no-euro, svalutazioni, monetizzazione del debito pubblico. Al di là degli enormi costi di un’eventuale uscita dall’euro, siamo sicuri che lira e sovranità monetaria siano la panacea? In un mondo ormai globalizzato queste risposte sono obsolete. Svalutare una nuova lira post-euro potrebbe renderci competitivi verso la Francia, non certo verso la Cina. Produrre più debito pubblico, ove mai trovassimo chi ce lo finanzia, continuerebbe ad accumulare il costo sulle generazioni future. Queste politiche un po’ nostalgiche possono andar bene, forse, per gli elettori ed i politici più anziani. Non certo per politici ed elettori giovani. Come un novello Ritratto di Dorian Gray, il contratto di governo rischia di imbruttire sempre più, ogni volta che una delle policy che propugna viene introdotta.

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