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Curare gli immigrati, sfida difficile dei medici

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integrazione e salute

Curare gli immigrati, sfida difficile dei medici

(Fotogramma)
(Fotogramma)

Il disallineamento tra la formazione ricevuta nelle aule universitarie e le sfide professionali da affrontare sul campo costituisce di per sé un problema. In ogni professione. Quando il mismatch riguarda i medici - e quindi la tutela della salute pubblica - l’asimmetria formativa rischia di diventarlo ancora di più. Come dimostra la fotografia scattata dall’Osservatorio internazionale per la salute (Ois) onlus in un’indagine conoscitiva su «Migrazioni e sanità in Italia». Da cui emerge che l’88% dei camici bianchi italiani ha avuto almeno un paziente straniero senza aver ricevuto però, nel 75% dei casi, una preparazione adeguata. Con tutti gli effetti in termini di integrazione (o meno) facilmente immaginabili.

Si tratta della prima rilevazione di questo tipo prodotta nel nostro paese e condotta su 2mila medici sparsi lungo tutta la penisola. Dalle risposte emerge con chiarezza che l’assistenza ai cittadini non italiani sia diventata parte integrante della quotidianità degli operatori del Sistema sanitario nazionale. Quell’88% complessivo in alcune regioni è ancora più alto. Ad esempio in Friuli Venezia Giulia (dove arriva al 97%), in Emilia-Romagna, in Liguria e in Sicilia. Al punto che l’80% del campione considera ormai tale fenomeno come parte della propria attività ordinaria. E cambia poco che si tratti di residenti o di migranti di passaggio. Visto che il 71% degli interpellati ha visitato indifferentemente gli uni e gli altri.

L’ASSISTENZA DEI MEDICI ITALIANI
I contatti con pazienti stranieri. (Fonte: Osservatorio internazionale per la salute onlus)

Il rapporto offre poi una segmentazione per aree di provenienza. In vetta c’è l’Africa subsahariana (72%), dinanzi al Maghreb, all’Europa, all’Asia e all’America latina. Come questo si traduca in termini di patologie da fronteggiare viene spiegato nelle pagine seguenti. Se in generale prevalgono i problemi alle alte vie respiratorie (46% degli intervistati), seguite da quelli dell’apparato digerente (40%, ex aequo con traumi e lesioni) oppure dermatologici (39%), la classifica si ribalta se si restringe il campo ai migranti appena approdati sulle nostre coste. In testa si collocano tutti quei segni sul corpo e nella psiche di chi ha dovuto affrontare un lungo viaggio in condizioni di estrema durezza.

Subito dopo l’indagine sulle risposte che, sempre secondo i camici bianchi, andrebbero messe in campo per affrontare sfide del genere. Il 65% del campione ritiene di non avere risorse e strutture adeguate per affrontare l’emergenza. Con un picco dell’81% nelle Marche.

Come accennato all’inizio, a scarseggiare è anche la formazione. I tre quarti degli intervistati ritengono di non averla ricevuta in forma adeguata e chiedono che il gap venga sanato. Va letto così quel 77% del campione che invoca il possesso di nuove e più specifiche competenze. In particolare linguistiche (61%), mediche specifiche per le patologie riscontrate (57%), culturali (56%) e psicologiche (40%). Insieme a un pacchetto di soft skills che parte dalla capacità di interagire in lingue diverse e arriva a una maggiore familiarità con le diversità culturali.

Anche il presidente dell’Ois, Francesco Aureli, si sofferma sulle competenze “nuove” che servono ai medici italiani. E ci tiene a porre la questione in termini di «integrazione». «Se gli stranieri o i migranti in arrivo o in transito non possono ricevere l’attenzione e le cure di cui necessitano, a risentirne è la coesione sociale. E, se vogliamo garantire il benessere di noi stessi - aggiunge -, non possiamo non considerare queste evidenze».

Questa filosofia l’Osservatorio guidato da Aureli pone alla base dei corsi di formazione destinati agli operatori della sanità. E lo fa mettendo insieme allo stesso tavolo tutte le realtà che si occupano di immigrazione e salute. La prossima iniziativa, che si terrà a Roma dal 2 al 5 luglio, vedrà la partecipazione di Medici senza Frontiere e Save the children. E, spiega il suo organizzatore, «sarà una risposta che andrà a sostituirsi alla risposta istituzionale». In attesa che le istituzioni facciano la loro parte e che la nuova maggioranza gialloverde trovi la sintesi tra la posizione pro sanità pubblica universale ribadita a gran voce dal M5S e il monito “prima gli italiani” tanto caro a Matteo Salvini.

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