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I musei del domani come «software»

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a tu per tu - massimiliano gioni

I musei del domani come «software»

Un museo «come software, non come hardware». Come spazio virtuale e ideale prima che fisico. Come organismo capace di adattarsi, di sfidare le norme o quantomeno ciò che viene considerato normale. Che nell’era di America First continua imperterrita a sposare una visione d’insieme della cultura, impegnata a fianco di artisti emergenti da ogni angolo del mondo. Forse non a caso questa missione Massimiliano Gioni la realizza nell’istituzione museale di Manhattan che per definizione, e fin dai suoi albori, è meno istituzione e meno museo dei tanti e più noti rivali. Fin dal suo stesso nome: New Museum. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: in questa fuga dal peso della tradizione non c’e nulla di facile. Il New Museum è uno dei pochi musei interamente e coscientemente dedicato non solo all’arte contemporanea ma a promuovere nuovi o poco conosciuti protagonisti da ogni angolo del mondo. Non solo: sempre più nel suo sforzo di frontiera dà spazio a inedite sperimentazioni, sostenendo startup di business come appuntamenti per reimmaginare intere città.

A 45 anni e con l’aria ancora da ragazzo, Gioni è oggi il direttore artistico - per la precisione Edlis Neeson Artistic Director - di questa struttura improbabile che si erge sulla Bowery nel Lower East Side. Molto lontano - fisicamente e idealmente - dal Museum Mile, il miglio dei musei lungo la Quinta Strada ancorato da colossi quali il Metropolitan e il Guggenheim. O da Midtown, dove troneggia il Moma. È piuttosto parte integrante e radicata di un quartiere, con angoli tuttora ruvidi - e sicuramente lo erano nei decenni passati, quando qui si insediò - nonostante gli slogan di area “up and coming”. A due passi da altre istituzioni che hanno segnato la storia dell’avanguardia culturale newyorchese quali il Public Theater, e nel mezzo di una rinascita di gallerie.

Quando lo incontro al pian terreno di un edificio ormai iconico, disegnato dal prestigioso studio di architettura giapponese Sanaa, Gioni offre una descrizione fattuale del suo “mestiere”. Seduto agli austeri tavolini nella hall, descrive come esser direttore artistico significhi occuparsi «di dar forma al programma di mostre del Museo». La profonda ambizione del contenuto del New Museum e dei suoi artefici è però tradita proprio dalle forme del suo edificio, che ne fanno, già a colpo d’occhio con quell’aspetto da composizione di blocchi mal allineati, un simbolo stesso di flessibilità e apertura al cambiamento. O, come preferisce Gioni, «un’antenna che riceve e trasmette»: non torre d’avorio della cultura, bensì centro di riflessione e ricerca, di arte «come modello in cui si immaginano diverse forme di società, di coesistenza, di responsabilità civile».

E questa vocazione innovativa del Museo comincia proprio dalle mostre. Lo scorso autunno Gioni ha messo mano a una controversa retrospettiva della torinese Carol Rama - Antibodies - dura quanto attuale espressione del dibattito su corpo e sessualità. Perché, ribadisce, il New Museum è «istituzione che funziona come chiave interpretativa per la società in generale. C’è poca arte per l’arte. È luogo dove l’arte è metafora per capire il mondo attorno». In rapida successione da allora sono arrivate una mostra dedicata a Lynette Yiadom-Boakye, pittrice e scrittrice londinese con radici nel Ghana, e una a Kahlil Joseph, 37enne video artist americano. In preparazione sono show di un altro artista britannico di origini del Ghana, John Akomfrah, e del visual artist tedesco Thomas Bayrle, 80 anni ma nuovo a New York. Delle mostre passate è particolarmente legato a The Keeper, dedicata nel 2016 ai “musei delle persone”, collezioni individuali di oggetti più o meno preziosi e inconsueti.

Gioni sottolinea come tutto questo non sia affatto casuale. La saga del New Museum, nato nel 1977, ha pochi paralleli persino nell’affollato mondo museale americano. Era stato concepito da un fallimento. «Marcia Tucker era al Whitney dove aveva organizzato mostre leggendarie - racconta Gioni - Ma una di queste, di Richard Tuttle, fu così radicale e male accolta che le costò il licenziamento. Se ne andò però con l’idea di creare un museo luogo di arte contemporanea. Di inventare un nuovo tipo di istituzione per l’arte provocatoria». All’inizio il New Museum non ha uno spazio fisso, in seguito è ospitato dalla New School, negli anni Ottanta si ferma a Soho, con un grande loft su due piani. Lì Tucker lavora con quella che Gioni definisce una «visione molto globale dell’arte»: negli anni Novanta debuttano artisti cinesi che in seguito sarebbero diventati molto celebri. L’idea del New Museum era insomma fin dall’inizio l’idea di uno spazio «innovativo e trasgressivo», continua Gioni. Il successore di Tucker, l’attuale direttrice Lisa Phillips, ha raccolto quel testimone nel 1999 e fatto di più, meritandosi l’anno scorso la prima pagina della sezione Arte del New York Times e il titolo di più influente e meno conosciuta protagonista della scena museale. «Hanno avuto la loro prima mostra artisti internazionali non ancora apprezzati a New York quali il sudafricano William Kentridge», incalza Gioni. Ed è emersa anche l’intuizione di creare un nuovo, ben più grande museo. «Gli spazi erano sacrificati e nel 2001 Lisa e il board decidono di costruire una nuova sede sulla Bowery, sfidando le condizioni di un’area che ancora metteva un po’ di inquietudine, e i dubbi se Downtown potesse continuare a esistere quale luogo di cultura all’indomani degli attentati dell’11 settembre». La scelta ha dato loro ragione: ha consacrato un’istituzione che abbandona «l’ideale di museo come tempio ovattato per essere immersa nella New York più viva». Che, se dagli inizi underground si è enormemente rafforzata, «mantiene l’obiettivo di dare la prima mostra newyorchese agli artisti. Di scegliere artisti che parlano del nostro tempo, di problemi più grandi dell’arte. Di temi scottanti che guidano l’arte nelle sue manifestazioni anche più controverse». È patria di una triennale, la quarta appena conclusa intitolata Songs for Sabotage, per artisti emergenti.

L’espansione continua, in tutti i sensi, e Gioni, ormai al museo da dodici anni, ne è un primattore. Nel settembre dell’anno scorso sono state aperte le South Galleries, prima fase d’un ampliamento che prevede un ulteriore edificio. A fine progetto lo spazio espositivo sarà raddoppiato. La crescita non è solo fisica: nel perseguire la missione d’avanguardia Gioni rivela come il New Museum sia diventato patria di un’iniziativa più unica che rara, capace di sposare arte e business innovativo: in un edificio a fianco, un ex magazzino, invita startup, funzionando da vero incubatore di aziende - New Inc - «all’intreccio tra architettura, design e tecnologia, anche museale; tra creatività e creatività imprenditoriale». Oggi le startup sono una quindicina. «Il museo opera come i cerchi concentrici. C’è la programmazione espositiva. E c’è la domanda su quale sia il ruolo dell’istituzione». Da una simile domanda, oltre a New Inc, è salito alla ribalta il festival annuale Ideas City, città delle idee, che «si interroga sulle forze che trasformano le città; su architettura e responsabilità civile». Ad anni alterni si svolge a New York e in diverse città del mondo, da Atene a Detroit e Arles.

Gioni, da parte sua, si sente oggi a casa in America come in Italia grazie alle radici da cittadino del mondo che ha messo nel New Museum. In Italia è tuttora responsabile della Fondazione Trussardi, dove, spiega, usa un’identità artistica simile al Dna del New Museum - di «museo itinerante e in costante mutamento». Ripercorre così la sua avventura personale e professionale americana: «Sono arrivato qui nel 2006, in autunno, reduce dall’aver curato la Biennale di Berlino e nel 2004, a San Sebastian, Manifesta, biennale itinerante in città dell’Unione Europea. Il New Museum mi ha chiesto di venire a lavorare a New York». Fu un ritorno in grande stile a Manhattan, dove aveva già vissuto quale editor della rivista milanese Flash Art. Da Director of Special Exhibitions diventa responsabile del Dipartimento curatoriale, infine direttore artistico. Nel 2013 è chiamato in Italia a curare la Biennale di Venezia.

Ma è al New Museum che sviluppa una posizione - appunto di artistic director - di per sé innovativa e collaborativa. Perché si incrociano, spiega, responsabilità creative e manageriali - dalla «vision al chiodo» con cui appendere il quadro - in maniera organica. In quel «corpo vivo» che vuol essere oggi il museo cresciuto lungo la Bowery.

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