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Vincenti e perdenti, due Italie da ascoltare

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DAL POPULISMO AL GOVERNO

Vincenti e perdenti, due Italie da ascoltare

Sostenitori del M5s fuori dal Quirinale  (Sintesi Visiva - Luigi Mistrulli)
Sostenitori del M5s fuori dal Quirinale (Sintesi Visiva - Luigi Mistrulli)

In Italia, i populismi sono alla prova del governo. I perdenti della globalizzazione hanno vinto con la protesta, mentre i vincenti del ”nuovo” mondo hanno perso con i governi precedenti (Istituto Cattaneo, maggio 2018). C'è un po' di verità in questi due verdetti simmetrici a tinta sociologica, applicati già per la Brexit e nei casi delle elezioni in Usa e Spagna. Da un canto, 4,5 milioni di persone in povertà, 8,5 milioni tra disoccupati e sottoccupati, retribuzioni che hanno battuto la fiacca per troppo tempo, affaticando un'ampia area di ceto medio dipendente, un Mezzogiorno in cui si sono dati appuntamento tutti gli squilibri dell'Europa meridionale, senza dimenticare i disagi dei terremotati dell'Appennino.

Esiste un'Italia “perdente”, con le sue famiglie e i suoi giovani, tra gig economy e diaspora all'estero. Da quest'area è nato il rancore sociale verso la classe politica di governo che non è stata capace di proteggerla dalla crisi globale. Questo sentiment è stato alimentato dal M5S, con il suo contrasto alla casta ritenuta costosa, incapace e corrotta.

Dall'altro canto, esiste anche un'Italia che esce vincente dalla globalizzazione, che esporta, che è nei processi tecnologici, che tenta d'ingranare in quelli impervi della finanza europea e mondiale. L'Italia vincente non ha però saputo riconoscere che il cambiamento intenso comporta un'idea d'organizzazione sociale adeguata a sostenerlo. Ha sottovalutato che crisi e processi d'innovazione producono anche perdenti, ai quali va tesa la mano, con politiche efficaci di sostegno. Queste sono mancate, come nel caso di efficienti centri servizi per l'impiego in grado di alleviare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro e d'ammortizzare la nuova flessibilità del lavoro; o sono state appena abbozzate, come nel caso del Reis, che andrebbe esteso e potenziato quanto a risorse, in conseguenza di una disuguaglianza sociale diventata la più acuta tra i 6 maggiori paesi europei; o se n'è solo parlato con bella retorica, come nel caso del divario generazionale tra giovani outsider e più anziani insider.

Tuttavia, il “sociale” ha un incastro malfermo con quello elettorale. A differenza del passato, le appartenenze a identità sociali si sono indebolite e ora operano trasversalmente sul mercato elettorale. E' vero che c'è un PD da ztl nelle grandi città e un M5S imbottito di giovani esclusi, ecc., o che il Nord sta prendendo una tinta verde-Lega mentre il Sud (più medio-adriatico) giallo 5 stelle. Tuttavia, con la crescita del voto d'opinione fluido, è semplicistico cristallizzare le scelte a un'appartenenza sociale o a una territoriale come fosse un radicamento stabile. La questione sociale è molto più complessa e volatile: nell'incrocio con il politico genera rebus come l'astensione, una terra di nessuno con composizione sociale, economica e politica eterogenea. Raccoglie un'astensione di protesta antisistema e, al tempo stesso, presenta un serbatoio di lealtà passiva, di sostanziale soddisfazione da “benessere”, che rende la politica puramente accessoria.

La dicotomia sociologica “vincenti/perdenti” porta a due mezze verità sul piano politico, che, tuttavia, sommate hanno rilasciato un'immagine deformata - corrotta dalle nostre percezioni - come se i contenuti programmatici da campagna elettorale dei populismi fossero ora espressione della maggioranza degli italiani. Lega-M5S però la rispecchiano in modo parziale per almeno tre motivi. In primo luogo, quel 31% circa di astenuti e schede bianche, ci ricorda che il 4 marzo poco più di 1 italiano su 10 ha votato Lega e 1 su 5 M5S. Si obietterà che le regole guardano alla maggioranza parlamentare. Quest'ultima però non sempre ha un eguale riscontro nel paese reale.

Prendiamo, a esempio, il rapporto con la UE. D'accordo, dopo la crisi economica, non siamo più tra gli europei più innamorati della Ue, ma, secondo Eurostat, la maggioranza degli italiani è per l'appartenenza europea e la fiducia verso la Ue è di nuovo in crescita. Casi analoghi per cavalli di battaglia come reddito di cittadinanza e flat tax. Attenzione a distinguere maggioranza parlamentare da quella reale nel Paese, quando quasi 1/3 non vota. In secondo luogo, si è parlato di piena vittoria di Lega e M5S, ma il risultato elettorale è stato un tripolarismo minoritario, incapace per 2 mesi e più di esprimere una maggioranza parlamentare. Poi il colpo di coda, un'alchimia disordinata tra Lega e M5S finita contro il muro istituzionale e costituzionale del Colle e, poi, con una micidiale precipitazione degli eventi, è arrivata alla meta del nuovo governo, puntellato da alcuni ministri “tecnici”.

In terzo luogo, è innegabile che la trazione a due leader, Di Maio e Salvini - molto diversi e diffidenti tra loro -, entrambi debuttanti al governo, con alle spalle due movimenti eterogenei tra loro concorrenti, probabilmente renderà malagevole gestire la maggioranza governativa di due mondi diversi. La formazione del primo governo a trazione populista in un paese fondatore dell'Ue ha già manifestato i suoi nodi irrisolti: non dovuti a quadri sociologici, che pure incidono, ma alla debolezza dell'offerta politica populista protestataria. Personalità debuttanti al governo e programmi politici da campagna elettorale, manifestazioni di dilettantismo e di un infantilismo che vuole dar voce alla rivincita di un popolo “bambino” con semplicistiche e costose politiche compensative. Le quali, oltre gravare fatalmente sull'equilibrio dei conti, lasciano inalterati i grandi squilibri del Paese. Lussi che non possiamo permetterci: i mercati sono allarmati perché stiamo viaggiando con troppa disinvoltura sul filo del rasoio dell'instabilità politica.

Da troppo tempo ci trasciniamo un sistema politico debole e volatile e forse mai, come ora, la politica debole rappresenta per il Paese uno dei maggiori problemi prima che un motore per risolverli. Siamo però noi cittadini a legittimare, con il voto, il dramma politico che ci spinge sull'orlo della tragedia finanziaria. E' il malessere democratico ad alimentare la parodia politica? O, più normalmente, questa “é la democrazia, bellezza!”, liquida e imprevedibile?

Dopo un week end dominato da rituali rassicuranti e rasserenanti, ora la nuova élite di governo, vista l'alta aspettativa degli italiani, deve farsi valere su campo. Inizia l'avventura più difficile: essere “contro” non è stato complicato perché “ieri” non era proprio il Paradiso, ma governare il microcosmo italiano ricco di potenzialità e problematicità lo sarà molto di più.

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