Commenti

La centralità dell’industria per il Paese

  • Abbonati
  • Accedi
manifattura

La centralità dell’industria per il Paese

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Uno degli handicap nel discorso pubblico e nella cultura sociale del nostro Paese è la memoria corta, in quanto è dato riscontrare come sia andata scemando la consapevolezza del rischio di una strisciante deindustrializzazione, tuttaltro che superato, dopo che tra il 2016 e il 2017, il sistema manifatturiero ha cominciato infine a registrare i primi sviluppi positivi, per altro inferiori alla media europea.

Vale la pena di ricordare che, non più di sei anni fa, l’industria italiana aveva perso molte posizioni sia in termini di produttività sia nella graduatoria del commercio mondiale. E ciò non solo a causa della grave crisi mondiale del 2008, ma anche delle pesanti ipoteche che gravavano da tempo sulla governance della nostra economia. Eppure, nonostante i costi di ogni genere che ha comportato lo sforzo compiuto per risalire la china, sembra che ci si accontenti ora dello sprazzo di ripresa degli ultimi anni per considerarci fuori pericolo.

In realtà, tanta è ancora la strada per uscire dal guado e porre le basi di un autentico e durevole processo di crescita del sistema produttivo e dell’occupazione. Di qui l’esigenza che nel programma del governo gialloverde non si perda di vista ma anzi venga considerata la centralità dell’industria agli effetti sia di un efficace rilancio economico che di una riduzione dei divari territoriali e degli squilibri sociali. Poiché essa rimane una leva fondamentale sia per accrescere le potenzialità competitive del Made in Italy, di fronte alle sfide del mercato globale, sia per ampliare il numero delle maestranze qualificate, in base ai nuovi profili professionali emersi con la rivoluzione tecnologica in atto, nonché per continuare a fare parte attiva dell’Unione europea tramite le interconnessioni e i legami di collaborazione esistenti fra molte imprese italiane e quelle di vari nostri partner, soprattutto tedeschi e francesi.

D’altra parte, l’industria manifatturiera, oltre a essere pur sempre, un vivaio di piccole-medie aziende che costituiscono il nerbo della nostra imprenditoria, è in grado di intrecciare uno stretto rapporto col territorio con una vocazione all’export attraverso una rete di filiere produttive specializzate e le strategie di marketing di varie “multinazionali tascabili” cresciute di statura. Si tratta dunque di un ordito che si presta all’innesto di determinate innovazioni imposte dai mutamenti radicali in fatto di paradigmi e di criteri di gestione riguardanti ricerca, progettazione, investimenti, formazione di capitale umano, infrastrutture e tutela dell’ambiente. Si spiega pertanto quanto sia essenziale, non solo perché non vadano dispersi i risultati fin qui acquisiti (valutandone naturalmente l’effettiva portata o meno per l’evoluzione del mercato del lavoro) , ma perché la nostra industria ingrani una marcia più alta, un’azione di governo che concorra a creare un appropriato quadro normativo-amministrativo tale da rendere possibile la valorizzazione delle risorse disponibili e l’avvento di nuovi strumenti finanziari, l’accesso dei giovani ad adeguati percorsi formativi e lo sviluppo delle startup, nonché ad agevolare l’opera sia di quelle imprese ancora impegnate in una difficile ristrutturazione, sia di quelle imprese già orientate verso un “salto di qualità” come la produzione 4.0.

E ciò in base a un confronto costruttivo del nuovo esecutivo con le parti sociali e le Regioni: a cominciare dalla “madre” di tutte le questioni sul tappeto come quella di valore strategico dell’Ilva, e dai dossier aperti sui casi di crisi aziendale più urgenti, la cui soluzione, se ben concertata, garantirebbe la salvaguardia di tanti posti di lavoro e la possibilità di far conto su importanti investimenti stranieri o di ricorrere a nuovi progetti.

© Riproduzione riservata