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Per rilanciare la produttività anche la politica deve fare di più

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L’italia delle industrie

Per rilanciare la produttività anche la politica deve fare di più

Per l’industria italiana, una costante degli ultimi 50 anni è la ricerca del proprio spazio nella continua ricomposizione della proprietà e del controllo del capitalismo mondiale. La posizione è sfortunatamente di obiettiva debolezza, a causa dei risaputi limiti del Sistema Italia. Come mostrano i dati Crif ripresi da Ilaria Vesentini sul Sole di ieri, c’è qualche punto di forza che invita a un cautissimo ottimismo. Fondamentale sarà che le istituzioni accompagnino gli sforzi di imprese e lavoratori per rilanciare innovazione, crescita e redditività, unici ingredienti per contare al tavolo.

Come in tutti i Paesi avanzati, anche in Italia l’industria ha tendenzialmente perso terreno negli ultimi 50 anni. Secondo l’economista di Harvard Dani Rodrik, il picco è stato raggiunto nel 1980. L’industria “valeva” il 30,6% del Pil nel 1992 e il 21,8% nel 2016. Alla fine del XX secolo, l’industria occupava il 32% della forza lavoro, ma solo più il 26,6% nel 2015. Per quanto riguarda in particolare il manifatturiero, il suo peso sul Pil è passato dal 23,9% al 16,3%, recuperando in parte il tracollo della Grande Recessione. Certo l’Italia resta un’importante potenza manifatturiera, ma dal 1992, la crescita annua del valore aggiunto è stata positiva in 15 anni e negativa in 11; dal 1998 il manifatturiero è sempre cresciuto meno che in Germania, tranne che nel 2002 e nel 2009.

Anche mezzo secolo fa, all’apogeo del fordismo e delle sue grandi fabbriche, l’industria italiana era popolata soprattutto da imprese e stabilimenti di ridotte dimensioni. Nel mezzo secolo successivo la questione dimensionale è stata croce e delizia del dibattito sulla crescita economica, anche se il gap si è marginalmente colmato. Si osservi il fatturato complessivo delle 10 principali società italiane: nel 1966 era simile a quello della quinta impresa Usa, nel 2016 della seconda.

Limitarsi però alle singole imprese è fuorviante, e in Italia ancora di più. Sempre più spesso sono i distretti industriali a competere, sulla base dei territori, della loro storia e capacità di rinnovarsi e innovare, delle relazioni tra le istituzioni e le imprese che li popolano e animano. I distretti iniziano a strutturarsi negli anni 60, si rafforzano dopo le grandi crisi energetiche grazie alla loro “specializzazione flessibile” e a partire dagli anni 90 diventano progressivamente globali. È in queste aree che fioriscono le “multinazionali tascabili” nelle 4A (abbigliamento/moda, arredo-casa, agroalimentare e automazione-meccanica). Anche se competono spesso ad armi uguali con più blasonati rivali nelle nicchie più disparate, i nuovi campioni del Terzo Capitalismo non hanno però le dimensioni dei grandi gruppi degli anni 70/80 che sono nel frattempo scomparsi (Olivetti, Ferruzzi, Montedison, Zanussi), hanno trasferito altrove la propria sede (Fiat), sono stati acquistati da gruppi esteri (Pirelli, Parmalat, Indesit).

La crisi del Meridione, poi, è senza dubbio associata alla “deindustrializzazione precoce” di una parte rilevante di Paese che sta perdendo rapidamente grande industria prima ancora di averne accumulata a sufficienza per generare nuova imprenditorialità, soprattutto nei servizi. Sono a rischio quei pochi esempi di presenza produttiva articolata intorno alla grande fabbrica, come l’Ilva a Taranto, la petrolchimica a Siracusa, e la stessa Fiat a Melfi.

In questo inizio di legislatura, l’industria nazionale appare insomma vulnerabile e generalmente incapace di sedere da protagonista ai tavoli che contano. Sono rari i Campioni globali italiani che entrano anche nel top ranking dei rispettivi settori industriali: se guardiamo la Top 10 di Mediobanca, solo alcune società a controllo pubblico (Eni, Enel, Gse, forse Leonardo, difficilmente Saipem), mentre quelle a capitale privato sono dei nanerottoli (la principale è Telecom Italia, che occupa la 13esima posizione mondiale tra gli operatori telefonici).

Quando giocano da protagonisti, il piano è spesso inclinato. Il caso Fincantieri ha messo a nudo una certa doppiezza da parte del partner che è in un certo senso naturale per realizzare operazioni di consolidamento su scala continentale. La Francia li auspica e a parole incoraggia, ma nei fatti vede con sospetto la nascita di una Eads dei mari controllata da italiani. In fondo non è andata tanto meglio ad Atlantia, che per conquistare Abertis è dovuta scendere a patti con gli spagnoli, rinunciando all’opzione iniziale dell’acquisizione. Chi negli ultimi mesi ha portato a casa dei successi lo ha fatto annacquando la propria italianità – si pensi a Luxottica che è stata incorporata da Essilor e trasferirà prima o poi il quartiere generale Oltralpe. Ferrero ha da anni sede in Lussemburgo. Forse l’unico vero global player del manifatturiero tricolore è Prysmian, che al mercato della corporate governance ha scambiato le carte del capitalismo di relazioni con quelle della public company (tutte le azioni sono sul mercato, nessun fondo arriva al 5% del capitale e i cinque che superano la soglia del 3% controllano tutti insieme il 19%).

Tutto ciò conta? Certo, perché l’impresa è più che nesso di contratti per allocare risorse scarse – è anche un attore sociale capace di innovare e di pungolare gli altri stakeholder. Non è un caso che alla crisi della grande impresa italiana sia corrisposta quella della leadership e della cultura politica (e sindacale). E poi ci sono funzioni delle imprese, come le risorse umane o la gestione della tesoreria, che ne determinano le scelte strategiche. Fino a quando l’intelligenza artificiale non avrà preso definitivamente il sopravvento, sarebbe bene ricordare che la mente umana ha razionalità limitata e che le decisioni del management dipendono anche da dove vivono e lavorano. Una classe dirigente attenta all’interesse nazionale deve occuparsi di queste questioni in anticipo.

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