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La Ue a rischio sui migranti

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le fondamenta dell’unione

La Ue a rischio sui migranti

Ansa
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L’ipocrisia migratoria è una categoria di pensiero europea diffusa in abbondanza. Peccato che non aiuti a risolvere i problemi ma li complichi, trasformandoli in boomerang che spesso si ritorcono contro chi esagera nel maneggiarla. Nasce da questa pessima abitudine l’attuale scontro tra Italia e Francia.

Un una partita che va avanti da tre anni, dallo scoppio dell’emergenza siriana e decisione unitalerale di Angela Merkel di aprire senza limiti la porta ai rifugiati, si è scatenata in Europa la politica del tutti contro tutti. Perché all’improvviso tutti hanno scoperto l’assoluta insufficienza dei pochi accordi Ue in essere (Convenzione di Dublino), l’assenza di protezione alle frontiere esterne e la totale inadeguatezza delle scorciatoie nazionali, muri e reticolati vari, di fronte a una sfida euro-globale con evidenti effetti controproducenti: blocco della libera circolazione nello spazio Schengen e nel mercato unico. E danni collaterali generali.

Fa presto la Francia di Emmanuel Macron a sputare sentenze accusando l’Italia di «irresponsabilità e cinismo». Dovrebbe piuttosto guardarsi allo specchio: vedrebbe che il suo sbandierato europeismo è di facciata, la sua solidarietà si ferma al confine di Mentone tra abusi e svarioni in libertà. Cioè, come tutti, non è in posizione di giocare al primo della classe, men che meno di impartire lezioni a nessuno, perché la violazione delle regole e di molti princìpi umanitari in fatto di migranti è una delle poche cose che oggi nell’Unione accomuna i governi europei.

«La realtà è che dal 2015 tutte le regole, a cominciare da quelle di Dublino, sono saltate perché non erano fatte per gestire gli arrivi massicci da Balcani e Mediterraneo centrale e non erano abbastanza solide per far fronte alle crisi alle frontiere di terra e di mare. Andrebbero azzerate per costruire una vera risposta europea. Questo ha provocato il degrado delle relazioni tra Italia e Francia» riassumeva ieri un attento osservatore europeo.

A Roma ieri il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha convocato l’ambasciatore francese definendo «ingiustificabili» le parole dell’Eliseo, quello degli Interni, Matteo Salvini, ne pretende le scuse. La tensione è alle stelle. Quasi sicuramente, salvo imprevisti dell’ultima ora, domani salterà l’incontro a Parigi tra Macron e il premier Giuseppe Conte, dopo che è stato annullato quello tra i ministri delle Finanze, Bruno Le Maire e Giovanni Tria. Se non saranno accolte le sue pretese di riequilibrio dell’attenzione Ue tra rotte dei Balcani e del Mediterraneo, la richiesta di solidarietà davvero condivisa nell’accoglienza e nei ricollocamenti, l’Italia minaccia di non versare il contributo al fondo per la Turchia incaricata di bloccare i flussi sulla dorsale orientale. La geografia non l’aiuta, ma l’Italia non per questo è disposta a diventare il comodo “hotspot” dell’Europa per parcheggiare a lungo arrivi fuori controllo e senza mete predefinite.

Non è chiaro come finirà il duello italo-francese. Una corsa però è certa: come ha ricordato il cancelliere tedesco «sulla questione migratoria sono in gioco le fondamenta dell’Unione se non si riuscirà a trovare una risposta comune».

Bloccando l’attracco dell’Aquarius con i suoi 629 migranti ora dirottati in Spagna, Salvini ha scoperchiato il vaso delle troppe doppiezze e ambiguità europee e Merkel ha suonato l’allarme sul destino di una convivenza a 27 sempre più in rotta con i valori Ue.

Esiste da tempo uno schema di azione da adottare: efficace protezione comune delle frontiere con una polizia europea, politica di disincentivi alle partenza dall’Africa con aiuti allo sviluppo, riforma di Dublino che distingua tra rifugiati e migranti economici e garantisca le ricollocazioni. Tutte proposte però con effetti di medio-lungo termine che non rispondono ai problemi immediati. Su questo il nuovo governo italiano non sembra più disposto ad accontentarsi di fumose promesse europee.

Offrire presto soluzioni appare, però, un’impresa quasi impossibile. Proprio per le ricadute evidenti che ha sull’aggregazione del consenso nelle democrazie europee e sull’avanzata dei populismi e nazionalismi nell’Unione, la sfida migratoria è diventata materia esplosiva. Dovunque. La vittoria di M5S e Lega in Italia ha suonato l’allarme. Dovunque. Prima di tutto in Francia, dove Macron attacca Roma anche per mandare a Parigi un altolà a Marine Le Pen e al suo Fronte nazionale, tutt’altro che morti. In Germania dove Merkel, punita dalle urne per la generosità siriana, oggi deve fare i conti al Bundestag con la destra dell’AfD e nel Governo con il suo ministro degli Interni bavarese, deciso a stringere sui rifugiati teorizzando un accordo oltranzista con Italia e Austria. Nei Paesi dell’Est dove si vince alle elezioni rifiutando le quote. Nei Paesi scandinavi dove sui migranti è morta da tempo la proverbiale tolleranza.

In questo clima, il mancato accordo sul teorema migratorio potrebbe far saltare anche gli altri sulle riforme di eurozona, bilancio Ue e difesa in un domino infernale che potrebbe finire per mandare l’Europa al macero. C’è da chiedersi quanti oggi ne siano consapevoli. Merkel ha avvisato.

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