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Non tutti i censimenti sono uguali

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INTERVENTO

Non tutti i censimenti sono uguali

Cos’è un censimento della popolazione? La storia e i dizionari ce lo possono insegnare. Si tratta di una rilevazione fatta in un determinato momento, e in modo generale all’interno di uno specifico territorio, dell’ammontare della popolazione. Oltre al “conteggio” si procede a rilevare, mediante uno o più questionari, alcune caratteristiche degli individui, delle famiglie e delle abitazioni. I censimenti della statistica ufficiale, come quelli condotti dall’Istat in Italia (ultimo nel 2011), sono inoltre a periodicità definita.

Il censimento può sembrare un mero strumento statistico, e può prestarsi a diversi usi. Per cosa può essere utilizzato un censimento? Per rispondere è opportuno ricorrere a quanto dicono le Nazioni Unite, che nel 2015 hanno approvato una risoluzione per tutti i censimenti che attorno al 2020 si terranno in gran parte dei Paesi del mondo.

Primo, i censimenti sono, a livello nazionale e sub-nazionale, una delle fonti di dati principali per la formulazione, implementazione, e monitoraggio dell’efficacia delle politiche che mirano allo «sviluppo socioeconomico inclusivo» e alla «sostenibilità ambientale».

Secondo, i censimenti servono a generare indicatori statistici che servono a valutare lo stato di specifici gruppi della popolazione. L’Onu cita, tra questi gruppi, le donne, i bambini, i giovani, gli anziani, i disabili, i rifugiati e gli apolidi.

La risoluzione Onu ci aiuta a capire che la decisione di effettuare un censimento della popolazione deve essere guidata da una finalità, da una volontà. Un censimento che possiamo definire a fini di inclusione raccoglierà informazioni su alcuni gruppi considerati socialmente esclusi o a rischio di esclusione, come i nomadi, allo scopo di migliorarne la condizione socioeconomica, nel nome di uno “sviluppo socioeconomico inclusivo”.

Per poter valutare gli svantaggi dei quali alcuni gruppi soffrono è necessario infatti documentare, numeri alla mano, la loro condizione. La statistica in questo senso è fondamentale. Non si può farne a meno. A volte anche nel costruire l’immagine e nel “forzare” l’esistenza di alcune categorie. Escludere una parte della popolazione dal conteggio è infatti un modo potente per negare l’esistenza dei problemi.

Per questo motivo, quando l’Istat ha pubblicato una ricognizione delle fonti dei dati su rom, sinti e caminanti, in collaborazione con l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e l’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), nessuno, giustamente, ha gridato allo scandalo. Alcuni comuni si erano già mossi per raccogliere i dati. Lo scopo in questo caso era di migliorare l’inclusione sociale per questi gruppi.

Un censimento a scopo di esclusione mira, invece, a raccogliere informazioni utili per escludere e/o esplicitamente discriminare alcuni gruppi. Questa, purtroppo, la finalità di un Censimento quale quello degli ebrei del 1938. La proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di effettuare un censimento su rom, sinti e caminanti è radicalmente diversa rispetto alle esperienze locali in Italia raccolte dall’Istat. Si tratta, infatti, di una proposta che parte esplicitamente da una volontà, una finalità esclusorie e discriminatorie.

Non è il Censimento per sé ad essere un problema: sono la volontà e la finalità con le quali la proposta è stata formulata dal ministro Salvini a renderla inaccettabile.

Prorettore alla Faculty
Università Bocconi

@fcbillari

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