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La scelta (in apparenza) facile tra isolamento e convergenza

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italia ed eurozona

La scelta (in apparenza) facile tra isolamento e convergenza

(Reuters)
(Reuters)

L’avvicinarsi del Consiglio europeo del 28-29 giugno ha portato alla luce il dibattito sulle riforme dell’euroarea. Sul tavolo ci saranno le proposte già avanzate dalla Commissione Ue a dicembre e ora ridefinite dalla “Dichiarazione di Meseberg” di Macron e Merkel.

Per l'Italia non si tratta tanto di accogliere o rigettare alcune proposte (tra cui quella controversa sulla ristrutturazione del debito), ma di capirne la logica complessiva e di scegliere tra isolamento e convergenza. Le posizioni negoziali dei diversi governi e le proposte delle istituzioni europee rispondono infatti a tre diverse logiche politiche:

1. trovare un equilibrio tra la riduzione e la condivisione dei rischi;

2. perseguire la convergenza strutturale tra i Paesi, necessaria ad avvicinare l'unione monetaria a un'area ottimale;

3. ispirare le regole a un obiettivo di più stretta integrazione politica, indispensabile ad altre aree di esercizio della sovranità condivisa, tra cui sicurezza, politiche migratorie e politica estera. In relazione alle tre logiche del negoziato, l'Italia arriva al vertice di fine giugno in una condizione eccentrica:

1. è il Paese che ha maggiore pressione dal lato della riduzione dei rischi;

2. ha la minore convergenza strutturale rispetto alla media delle altre economie;

3. dalle ultime elezioni ha il peggior equilibrio tra esigenze di cooperazione nelle politiche di sicurezza e la propria disponibilità a condividere la sovranità relativa necessaria. L'anomalia della posizione italiana restringe le strategie disponibili. L'Italia non può chiedere la condivisione dei rischi (possibile solo in un contesto di fiducia e coerenza con gli impegni europei) senza aver prima avviato una riduzione del debito. Inoltre, poiché ha assunto programmi politici sovranisti, cioè opposti alla condivisione dei poteri con i partner, non può nemmeno chiedere una riforma dell'euro-area meno “fiscale” e più “politica” (tra l'altro il Fiscal compact è di fatto già sparito dalla governance). L'unico punto di contatto tra le posizioni italiane e quelle delle istituzioni e dei partner europei è l'esigenza di facilitare la convergenza della struttura economica.

Nelle proposte più recenti di Macron, Merkel e della Commissione Ue si fa riferimento a fondi di sostegno alla convergenza attraverso le riforme strutturali e gli investimenti, il cui livello è caduto nel corso delle ultime recessioni. Roma dovrebbe cogliere l'opportunità dei due nuovi strumenti di sostegno per le riforme e per gli investimenti nei Paesi divergenti. Riforme e investimenti sono esattamente ciò che è richiesto al nostro Paese per ridurre la sua divergenza strutturale. La produttività totale dei fattori italiana, il maggior determinante della divergenza, comincia a distanziarsi dalla media europea all'inizio degli anni Ottanta, molto prima dell'euro, e viene aggravata dopo la crisi del 2010 proprio dal rischio che l'euro si rompa. Nelle economie avanzate, la produttività dei fattori influisce sulla crescita più della dotazione di capitale e di lavoro, ed è correlata alla qualità delle istituzioni, per esempio l'elasticità dei mercati dei prodotti e del lavoro.

Per l'Italia, uscire dalla trappola della non-convergenza richiede quindi non solo interventi sulla quantità di capitale (in questa ipotesi, finanziabile dai fondi Ue), ma soprattutto sulla qualità delle istituzioni. Se non si migliora la qualità delle istituzioni, la semplice aggiunta di risorse, anche consistenti, non porterebbe a una crescita stabile, perché risulterebbe in una cattiva allocazione di risorse su larga scala, come è avvenuto in Grecia dopo l'introduzione dell'euro. Dietro la caduta della produttività italiana ci sono tre fattori:

1. la rigidità del mercato dei prodotti (oneri burocratici; piccola dimensione delle imprese con insufficiente capacità manageriale di assorbimento della tecnologia; deficit di corporate governance; scarsa competizione nei servizi professionali; cattivo funzionamento della giustizia);

2. rigidità dei mercati del lavoro (struttura di tassazione che pesa troppo sul lavoro; protezione degli insider);

3. debolezze della pubblica amministrazione (corruzione, deficit nell'amministrazione fiscale e degli appalti pubblici). Non appena arrivata una crisi abbiamo visto le conseguenze strutturali di queste debolezze: riduzione di circa quattro punti del livello degli investimenti dalla media 2001-2010 a oggi; drastica riduzione del tasso di risparmio delle famiglie, compensato solo dai tagli delle pubbliche amministrazioni; aumento tra il 2007 e il 2017 della quota di occupati nelle professioni meno qualificate a fronte di una riduzione per quelle a media e alta qualifica. Uno sforzo di riforma mirato a riqualificare il capitale umano e quello fisico-tecnologico è necessario a ritrovare la crescita dell'economia e l'aumento dei redditi delle famiglie.

Questi sforzi, che richiedono investimenti materiali e schemi di incentivo, per gli individui e le imprese, possono essere sostenuti da fondi europei nell'ordine dei cinque punti del Pil italiano. Questo dovrebbe essere il punto di arrivo di una riforma dei rapporti tra Paesi dell'euro-area che intenda superare la divergenza in atto. Riforme di questa natura tuttavia possono avere successo solo se affrontate con cura alle specifiche microeconomiche, soprattutto in un'economia con caratteri regionali molto differenziati. Ugualmente, l'impiego di fondi deve essere controllato rigorosamente. L'esperienza molto negativa con l'impiego dei fondi regionali europei deve dar luogo a un sistema diverso di erogazione e controllo. In uno studio pubblicato su www.sep.luiss.it, Marcello Messori ed io abbiamo provato a distinguere tra le posizioni europee che si prefigurano al Consiglio europeo e a definire i margini di manovra italiani.

Se si sceglie la strada di non isolarsi, bensì di convergere, è necessario rafforzare la funzione di controllo dell'impiego dei fondi europei per le riforme e per gli investimenti attraverso alcuni passaggi:

Verifica della Commissione europea del rispetto del Patto di stabilità e del piano di riforme nazionali, concordati nell'ambito del Semestre europeo con l'obiettivo di migliorare la qualità istituzionale del Paese.

Se la verifica sulla qualità delle istituzioni è soddisfacente, la Commissione europea può varare un “Progetto di riforma Italia” con linee d'azione e specifici interventi “micro” concepiti e indicati dalle autorità italiane, finanziabili attraverso i fondi di riforma e quelli di investimento che saranno proposti al Consiglio europeo.

Monitoraggio sistematico e rigoroso dello stadio di realizzazione delle riforme e degli investimenti e del connesso appropriato utilizzo dei fondi da cui dipende l'erogazione di ulteriori fondi.

Rafforzamento della vigilanza europea sul sistema bancario nazionale, inclusa la possibilità di reperire informazioni sulla tracciabilità dei fondi e una partecipazione alle verifiche fiscali. Non si tratta di un pranzo di gala, ma pur sempre di una rivoluzione che può far convergere l'Italia con le economie più forti. L'alternativa è l'isolamento di un Paese sempre più povero. Non è una scelta difficile.

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