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Ritorno agli anni Trenta? Cosa accomuna Trump, Kurz e Salvini

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la crisi dell’ordine liberale

Ritorno agli anni Trenta? Cosa accomuna Trump, Kurz e Salvini

WASHINGTON — «I really don’t care. Do you?» si è letto sul retro del parka indossato da Melania Trump mentre saliva a bordo di un aereo diretto in Texas per far visita ai bambini migranti chiusi in gabbia: «A me non interessa proprio. A te?». Nessuno – a eccezione di Donald Trump che ha twittato che l'abbigliamento della moglie era da intendersi come una critica alle “fake news” – ha la certezza di chi volesse prendere di mira la First Lady.

Alcuni hanno pensato che intendesse trasmettere le opinioni del marito. Altri hanno creduto che volesse far sapere al mondo quello che pensa del suo matrimonio. In ogni caso, quelle parole hanno descritto assai bene tutto il nichilismo di una settimana nella quale il collante liberale dell’Occidente sembra aver iniziato a disintegrarsi. Ed è stato difficile non cogliere gli echi degli anni Trenta. «Sia ben chiaro: è in corso un attacco concertato all’ordine liberale costituzionale», dice Constanze Stelzenmüller, studiosa tedesca presso il Brookings Institution. «E si tratta di un attacco a capo del quale c’è il presidente degli Stati Uniti».

Trump ha iniziato la settimana cercando di danneggiare un alleato importantissimo dell’America. Ha criticato l’inconsistente governo di coalizione di Angela Merkel in Germania per «aver autorizzato l’ingresso nel Paese di milioni di persone che ne hanno modificato in modo assai estremo, intenso e violento la cultura».

A ciò ha fatto seguito un vertice tra i premier di Austria e Baviera che hanno auspicato la creazione di «un asse Berlino-Vienna-Roma di volenterosi», intenzionati a fermare le migrazioni. Il vice primo ministro italiano Matteo Salvini ha prospettato un censimento di tutti i cittadini rom, richiamando alla memoria la registrazione degli ebrei in epoca fascista in Italia. «Purtroppo, dovremo tenerci quelli che sono in possesso di permessi validi di residenza», ha detto.

Di nuovo a Washington, lo sdegno dell’opinione pubblica ha costretto Trump a sospendere la sua politica, consistente nel rinchiudere in recinti i migranti «in tenera età», in centri di detenzione per bambini. Tuttavia, il presidente ha ordinato al Pentagono di predisporre campi appositi, destinati a ospitare fino a ventimila bambini.

Lo scorso fine settimana, Trump ha invitato Viktor Orban, il presidente ungherese orgoglioso di essere “illiberale”, a firmare una dichiarazione congiunta che incoraggi la creazione di “solidi confini nazionali”.

Le differenze con gli anni Trenta del Novecento sono ovvie. Nessuno si aspetta che oggi scoppi una guerra. Non ci sono un Giappone imperialista, una Germania nazista, un’Italia fascista che si istigano a vicenda per spartirsi le spoglie del vecchio ordine. E, peraltro, gli Stati Uniti non se ne restano in disparte.
I paralleli con quei tempi, nondimeno, sono troppo inquietanti per essere ignorati. In Europa le forze della disintegrazione si sono messe in marcia. E lo status quo stenta a escogitare una difesa.

Il populismo sembra essere tenuto a bada soltanto in Francia, dove Emmanuel Macron è saldamente in carica. Ma il presidente francese e la cancelliera tedesca gravata da mille difficoltà potrebbero non essere sufficienti a sostenere un ordine che il presidente americano si adopera attivamente per indebolire. Questa settimana, un frustrato Macron ha esternato la sua Melania Trump interiore con la seguente dichiarazione: «I populisti stanno dicendo cose quanto mai provocatorie, ma nessuno, proprio nessuno ne è sdegnato! Ci stiamo abituando a ogni tipo di estremismo da parte di paesi che solo pochi anni fa erano filoeuropeisti come noi».

I prossimi giorni potrebbero rivelarsi altrettanto vorticosi. La settimana prossima Merkel cercherà di mantenere unita la sua coalizione chiedendo alle sue controparti di concordare un sistema di quote comune a tutta l’Ue per ripartire i migranti. Giuseppe Conte, il primo ministro italiano, ha già escluso a priori le sue prime proposte. Horst Seehofer, ministro degli interni ed ex premier della Baviera appartenente al partito Unione Cristiano-Sociale in coalizione con Merkel, vuole riportare i migranti al di là dei confini tedeschi, proprio come Austria e Ungheria stanno facendo da anni.

Qualora Merkel fallisse, Seehofer – il cui partito deve affrontare a ottobre le elezioni regionali e nelle quali il raggruppamento di estrema destra “Alternativa per la Germania” rischia di lasciare un segno profondo – potrebbe uscire dalla coalizione. La Germania, a quel punto, potrebbe dover indire nuove elezioni.

Il sistema europeo della libera circolazione che si basa sull’accordo di Schengen potrebbe venire meno ed essere scardinato del tutto. E il fatto che il presidente americano stia facendo tutto il possibile per dare una mano affinché ciò accada è un vero shock per Berlino.

«Non abbiamo mai visto un presidente degli Stati Uniti istigare le forze antidemocratiche tra i nostri più stretti alleati» dice Michael Hayden, ex direttore della CIA. «Trump vede che Merkel è in calo nei sondaggi. E sta cercando di assestarle il colpo di grazia».

Pochi giorni dopo il summit dell’Ue della settimana prossima, Trump arriverà in Europa per prendere parte al vertice annuale della Nato, istituzione che, come è risaputo, egli disprezza. Questa settimana, la Casa Bianca ha reso noto che Trump sta pianificando un incontro a quattr’occhi con Vladimir Putin, presidente della Russia e perpetuo jettatore della Nato, subito prima o subito dopo il vertice in questione. Una delle opzioni, proposta dal cancelliere austriaco di destra Sebastian Kurz, sarebbe di convocare l’incontro riservato a Vienna, prima che si ritrovino i rappresentanti della Nato. Un’altra è di organizzarlo a Helsinki subito dopo il summit della Nato.

La prima opzione risulterebbe estremamente provocatoria per gli alleati dell’America. «Già è un male che vi sia un incontro a due tra Putin e Trump, ma che si svolga a Vienna proprio non va bene» dice Stelzenmüller. «L’eco di quello che rievocherebbe è troppo infausta».

Nel frattempo, Trump sembra proprio determinato a intensificare quella che pare la sua migliore imitazione della politica commerciale tra le due guerre. Nel 1930, il Congresso degli Stati Uniti approvò la nota legge Smoot-Hawley che impose rigide tariffe doganali ai partner commerciali dell’America. Quella decisione spianò la strada alle guerre commerciali che, a loro volta, innescarono l’ascesa del fascismo europeo. Trump sta sbattendo in faccia le tariffe doganali anche agli alleati americani, dal Canada al Giappone.

Sembra riservare un astio tutto particolare nei confronti della Germania, che subito dopo la Cina ha la seconda più grande eccedenza commerciale con gli Usa. Al vertice del G-7, svoltosi in Canada all’inizio di questo mese, Trump ha insistito affinché dal comunicato stampa conclusivo fosse stralciata la definizione: «ordine internazionale basato sulle regole». Poi, non appena le sue iniziative commerciali sono state criticate dal primo ministro canadese Justin Trudeau, ha ritirato la firma dell’America.

A eccezione dell’Italia, che si sta dirigendo rapidamente nell’orbita di Trump, gli altri partner del G-7 hanno promesso di prendere iniziative di ritorsione. Molti temono che la situazione possa scivolare vertiginosamente fuori controllo.
Che si tratti di democrazia liberale, del sistema commerciale mondiale o dell’alleanza occidentale stessa, nessuno può fiduciosamente affermare che l’ordine globale resterà immutato. «Gli anni Trenta non si ripeteranno nello stesso modo: non siamo ancora a quel punto» ha detto Robert Kagan, commentatore conservatore di Washington, che sta per pubblicare il suo ultimo libro intitolato “The jungle grows back”. «La gente, però, dimentica che l’ordine del Secondo dopoguerra è stato un’aberrazione totale che faceva affidamento solo sull’America per restare coeso. Con Trump stiamo ritornando a un mondo di competitività multipolare. Si tratta di un mondo assai diverso e di gran lunga più pericoloso di quello nel quale siamo cresciuti».

Gli anni Trenta continuano a tornare sempre più in mente per la loro pertinenza. I tentativi di Trump – e quelli dei populisti europei – di sbaragliare l’integrazione prendono in prestito molte tattiche di quel decennio famigerato. Il copione degli anni Trenta previde di trattare come capri espiatori alcune minoranze per crimini che non avevano commesso.

Oggi Trump dice le stesse cose degli ispanici. Martedì ha detto che i democratici permetterebbero agli immigrati clandestini di «infestare il nostro paese». Giovedì li ha accusati di creare una «vasta rete per far entrare furtivamente e illegalmente bambini» e di sponsorizzare una politica di «apertura eccessiva delle frontiere». Dai dati risulta che le aree negli Stati Uniti dove si concentra l’immigrazione sono quelle con tassi di criminalità inferiori alla media nazionale.

Le aspre critiche di Trump ai “media bugiardi” che fanno notare questi dati riecheggiano fortemente la demonizzazione della “lugenpresse”, la stampa bugiarda, da parte di Adolf Hitler. Lo stesso vale per l’affermazione di Trump secondo cui «in Germania la criminalità è in netto aumento».

In verità, la criminalità in Germania è scesa ai minimi storici. Il governo di Merkel ha lasciato passare un giorno intero prima di smentire serenamente le sue parole. Ma Trump pare proprio determinato ad attenersi alla sua versione dei fatti.

Il mese scorso, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Germania, Richard Grenell, ha detto che il suo lavoro consisteva nel “conferire potere” ai populisti di tutta Europa. Steve Bannon, ex capo stratega di Trump regolarmente in contatto con il presidente, di recente ha incontrato i leader dell’AfD tedesco. Nella prima parte dell’anno era a Roma, per festeggiare la vittoria delle forze populiste alle elezioni. Bannon è un grande ammiratore di Salvini, che considera uno dei più intimi alleati di Trump in Europa. E definisce l’ungherese Orban come “il Trump originale”.

Giovedì, Salvini ha minacciato di togliere la scorta a Roberto Saviano, l’autore della serie antimafia “Gomorra”, dopo che lo scrittore aveva criticato le posizioni di Salvini nei confronti dell’immigrazione. La sua minaccia è stata recepita come il segno che Salvini è in procinto di prendere di mira gli oppositori. Emma Bonino, senatrice e veterana delle campagne per i diritti civili, ha detto: «Stiamo vivendo un vero e proprio attacco alla democrazia rappresentativa, l’ordine liberale e la Costituzione. E tutto ha a che vedere con la dittatura della maggioranza».

La disintegrazione dell’Occidente pare più probabile, adesso? O no? Difficile dirlo. In ogni caso, le dinamiche si muovono nella direzione sbagliata. Una volta Rudi Dornbusch, l’economista scomparso, disse: «In economia le cose impiegano più tempo a realizzarsi di quanto presumi che possano farlo; poi si realizzano più velocemente di quanto tu pensassi che avrebbero potuto fare».

Per la democrazia liberale, forse, in questa fase stiamo entrando nella seconda metà della dichiarazione di Dornbusch. Gli eventi si succedono con grande rapidità. Tuttavia, di rado la Storia si ripete. Lo sdegno dell’opinione pubblica ha obbligato Trump a emendare la sua disumana politica di detenzione per i bambini. A differenza degli anni Trenta, c’è ancora un ordine globale da difendere. «Uno dei motivi per i quali non mi stanco di continuare a denunciare le cose è che non penso che gli americani – o chiunque altro – si rendano pienamente conto di quanto il nostro stile di vita sia a rischio» dice Hayden. «Se ci rendessimo conto davvero di quello che sta accadendo, saremmo ancora in tempo e in grado di organizzare una difesa di successo».

Traduzione di Anna Bissanti
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