Commenti

Gig worker di tutto il web, unitevi!

  • Abbonati
  • Accedi
lavoro e diritti

Gig worker di tutto il web, unitevi!

Le profonde trasformazioni del lavoro dell’Uomo indotte dalle tecnologie (e non solo da esse) riportano alla ribalta il problema identitario del diritto del lavoro: l’adeguatezza della protezione di chi lavora. Adeguatezza da verificare individuando i lavoratori titolari delle tutele e la predeterminazione dei criteri di accesso.

Finché la standardizzazione del lavoro e dei processi produttivi ha consentito di distinguere nettamente il lavoro autonomo da quello subordinato, l’attribuzione delle tutele è stata incanalata su questi schemi contrattuali che sono, però, saltati quando la distinzione si è rivelata insufficiente a rappresentare in modo compiuto, da una parte, il modo di lavorare e, dall’altra, la protezione socialmente dovuta a chi lavora.

Di qui il ben noto processo di articolazione delle forme giuridiche del lavoro che, pur sempre ancorato alla dicotomia autonomia e subordinazione, ha comportato una scomposizione e ricomposizione delle tipologie contrattuali. Per fare alcuni esempi: A) il lavoratore subordinato diventa più autonomo con lo smart working che lo rende padrone del tempo e del luogo della sua prestazione la cui proficuità, grazie all’uso delle tecnologie, non è affatto sminuita dal mancato esercizio dei poteri datoriali; B) il lavoratore autonomo può offrire al committente non soltanto «un’opera o un servizio», ma anche «prestazioni di lavoro continuative» - un tempo caratterizzanti il lavoro subordinato – assoggettate al coordinamento e non ai poteri organizzativi o direttivi grazie alle potenzialità e duttilità dell’impresa 4.0; C) infine la prestazione di lavoro occasionale, caratterizzata dall’indifferenza di ogni qualificazione in termini di autonomia o subordinazione, che si avvale della piattaforma informatica dell’Inps con la finalità di agevolarne e controllarne l’utilizzo.

In questa prospettiva si deve prendere atto che l’impiego delle tecnologie può avere effetti molto diversificati: rendere il lavoro più libero (smart working), ma anche sottoporlo a controlli e ritmi scanditi da un algoritmo (l’esempio stereotipato: il braccialetto di Amazon). Inoltre il lavoro può essere molto complesso e richiedere competenze elevate (a chi lavora con le tecnologie), ma anche molto elementare (il fattorino di Foodora che usa la bicicletta per il recapito), perché può accadere che la tecnologia si appropri del lavoro più qualificante lasciando all’Uomo quello più ripetitivo, ma anche l’inverso.

Selezionando alcuni dei problemi più acuti con i quali il diritto del lavoro si deve oggi misurare, il primo è quello dell’identificazione e localizzazione del datore di lavoro, il secondo riguarda la natura della relazione lavorativa.

Il primo problema si pone in quanto nel lavoro digitalizzato l’accertamento dell’identità del datore di lavoro può rivelarsi complesso quando il lavoro avviene attraverso una piattaforma con la quale il lavoratore si relaziona in via esclusiva e dalla quale riceve gli input per la sua prestazione e anche l’accredito del compenso. Chi è in questo caso il soggetto imprenditore che si avvale della piattaforma per gestire il lavoro altrui traendone un profitto? E, poi, in quale parte del mondo si trova? E, infine, questo soggetto è il vero datore di lavoro o si limita a fungere da intermediario tra il lavoratore e chi lo utilizza?

Problemi che nascondono altri problemi: quello della legge applicabile a questa prestazione, del luogo di conclusione del contratto di lavoro o del Paese nel quale devono essere versati i contributi previdenziali (quando ciò avviene). Il problema diventa più acuto quando il lavoro viene reso attraverso una piattaforma che tende a occultare il gestore nel tentativo primario di sottrarre alla tassazione il reddito d’impresa. Un punto quest’ultimo sul quale si è concentrata l’attenzione della Commissione europea che ha approvato una direttiva sulla tassazione dei fornitori di servizi nell’economia digitale. L’auspicio è che, sulla scia delle soluzioni individuate sul versante fiscale, sia più agevole affrontare i problemi a cui si è accennato.

Il secondo gruppo di problemi riguarda la natura della relazione di lavoro e la riconducibilità di essa nelle tipologie esistenti che sono, com’è noto, variamente connotate (subordinazione, collaborazione etero-organizzata o coordinata, lavoro autonomo occasionale, prestazione occasionale, cioè i vecchi voucher). La riconduzione potrà essere complessa, ma dubito sull’utilità di creare nuove tipologie e, peraltro, è difficile immaginare una tipologia ad hoc per il lavoro nell’economia digitale, attesa la sua multiforme varietà e i rischi (possibili) dell’inadeguatezza di un intervento del legislatore.

Si deve aggiungere che l’applicazione delle tecnologie al lavoro reso nell’economia digitale produce almeno quattro effetti specifici: la parcellizzazione del lavoro ben al di sotto di un’unità di tempo idonea «ad assicurare al lavorare e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36, Cost.); la facilità delle reti di ripartire il lavoro così frazionato a una platea di lavoratori sparsi nel mondo e disponibili ad accettare le condizioni offerte dalla piattaforma; la concorrenza che in tal modo viene alimentata tra i lavoratori e che, pur attenuandone le disuguaglianze per effetto della globalizzazione planetaria del lavoro, ne indebolisce la forza e la possibilità di coalizione; il continuo fabbisogno di aggiornamento delle competenze, almeno per chi lavora utilizzando le tecnologie, che diventa un fattore di esclusione dei lavoratori ai quali non è garantito l’accesso.

Si può, quindi, anche auspicare che i lavoratori si coalizzino per negoziare collettivamente un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma ciò potrà realisticamente avvenire per i lavoratori che hanno una contiguità territoriale, ma è ben più difficile quando la contiguità è data dalla rete. Senza peraltro dimenticare alcuni dubbi del diritto dell’Ue per la contrattazione collettiva applicata al lavoro autonomo sacrificando la garanzia della concorrenza. Forse si potrebbe puntare di più sulla moral suasion esercitabile dai consumatori (almeno quelli più sensibili) sulle imprese dell’economia digitale per indurle ad offrire i loro servizi bandendo lo sfruttamento del lavoro (è il metodo che ispira la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano” dal Comune di Bologna).

Se il tema preminente concerne le tutele legali, si deve partire da quelle che costituiscono il minimo comun denominatore di protezione delle collaborazioni autonome. Una base non sufficiente, ma apprezzabile che riguarda, in particolare, la sicurezza del lavoro, l’assicurazione contro gli infortuni, la tutela previdenziale (malattia, maternità e vecchiaia), i limiti ai tempi di lavoro (e, quindi, le pause) e alcuni ammortizzatori sociali.

Manca ancora una protezione effettiva dei tempi di transizione da un lavoro all’altro che andrebbero investiti nella formazione necessaria per l’utilizzo delle tecnologie nella loro incessante evoluzione e, come punto più qualificante, la garanzia di un salario minimo che evoca la disciplina del lavoro occasionale (troppo frettolosamente emarginato) per il quale il legislatore ha fissando un compenso minimo di 10 euro all’ora.

Indicando questa strada, però, torna a porsi il tema dell’individuazione dell’ambito dei destinatari di queste tutele che andranno selezionati, seppure all’interno delle tipologie contrattuali già esistenti, secondo criteri collegati alla situazione di dipendenza economica che vincola il lavoratore autonomo al committente; una situazione non facile da identificare, ma che, per semplificare, sarebbe opportuno ancorare ad almeno due condizioni: il reddito del lavoratore e la situazione di sostanziale mono-committenza.

© Riproduzione riservata