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Una terza via per i diritti dei Gig worker

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lavoro e diritti

Una terza via per i diritti dei Gig worker

Risulta oggi quanto mai vibrante il dibattito sull’idoneità delle categorie e delle regole tradizionali del diritto del lavoro a dare adeguate risposte a un contesto economico/produttivo in profonda e rapida trasformazione. È pure vero, però, che il diritto del lavoro è (da) sempre “in crisi” (nel significato più fedele all’etimologia del termine), ovvero oggetto di un continuo ripensamento dettato dall’esigenza di “inseguire” le evoluzioni della tecnica, il che troverebbe conferma, inter alia, nei significativi punti di contatto tra le discussioni che avevano seguìto l’emersione dei pony express negli anni ’70 e quelle attualmente concernenti i loro “eredi” (i rider), già allora interrogandosi i più, non solo sulla qualificazione delle relative prestazioni, ma anche e soprattutto sull’adeguatezza degli strumenti giuridici offerti da un ordinamento avente il proprio referente nell’industria innanzi ai nuovi bisogni dell’economia dei servizi (e, ora, della “condivisione”).

Come parrebbe suggerire l’esito (non definitivo) della vertenza torinese sui rider di Foodora, non è da escludere che diverse figure della Gig economy possano, de iure condito, venire ricondotte nell’alveo del lavoro autonomo, al pari di quanto avvenuto nell’ormai consolidata giurisprudenza sui pony express. Se è lecito dubitare che un simile approdo risulti coerente con l’esigenza di garantire una protezione al lavoro «in tutte le sue forme e applicazioni», ciò dipende pure dal fatto che lo statuto del lavoro autonomo (l. 81/2017), per quanto animato dalla condivisibile finalità di estendere “l’ombrello protettivo” del diritto del lavoro al di fuori della subordinazione, si sia rivelato “timido” sul piano delle tutele, notandosi in particolare l’assenza di una disposizione sul compenso minimo.

Nel tentativo di ovviare a tale deficit regolativo, alcune voci hanno proposto un allargamento delle maglie della subordinazione, tanto da includervi, non solo le prestazioni etero-dirette e/o etero-organizzate, ma anche quelle rese da soggetti in situazione di dipendenza socio-economica dal committente. A prescindere dalle complessità tecniche legate a un simile cambio di prospettiva, verrebbe da chiedersi se ciò risponda alle esigenze della generalità dei gig worker, i quali si vedrebbero ridotto lo spazio di libertà (sempre laddove effettiva) nell’organizzazione dei propri tempi e luoghi di lavoro, oltre che, probabilmente, precluso lo svolgimento di eventuali attività in concorrenza con la piattaforma.

Non per nulla, negli ordinamenti dove esiste una categoria intermedia tra subordinazione e autonomia, i gig worker si sono spesso rivolti ai giudici, non già per rivendicare la natura subordinata del loro rapporto, ma per vedersi riconoscere i diritti appannaggio della prima, tra i quali il compenso minimo, il diritto alle ferie e le limitazioni in materia di orario massimo. In assenza della categoria intermedia, si potrebbe assicurare i menzionati diritti ai lavoratori delle piattaforme mediante un intervento ad hoc del legislatore, ma un simile disegno avrebbe il limite di lasciare irragionevolmente scoperto un ampio novero di lavoratori impiegati nello svolgimento di compiti non dissimili da quelli svolti dai gig worker per la sola circostanza, che poco ha a che vedere con le esigenze di tutela, di non essere coordinati “via app”, a meno di non volere agire a più ampio raggio, con il rischio di minare le fondamenta – a partire dai caratteri distintivi della subordinazione – su cui si è sinora retto il diritto del lavoro (e ciò richiederebbe, quanto meno, una meditata e, soprattutto, mediata riflessione).

Piuttosto, va sottolineato come la vicenda Foodora abbia funto da volano per l’apertura di un tavolo di confronto per la fissazione in via contrattuale collettiva di minimi di trattamento, a partire da un compenso per consegna o per ora di lavoro. La scelta di puntare sulle relazioni industriali, invece che sull’azione legislativa, potrebbe consentire di tenere meglio conto delle specificità del settore, pur postulando ovviamente il raggiungimento – pure attraverso il sostegno, in funzione di “moral suasion”, dell’attore pubblico, ma preferibilmente senza la “prospettazione” di un intervento mediante decreto…– di un’intesa con le società che gestiscono le piattaforme.

In conclusione, se i concordati di tariffa all’inizio del secolo scorso non avevano seguìto, ma, al contrario, anticipato la definitiva emersione del lavoro subordinato, non stupirebbe che, avanti alle “nuove” sfide, risultassero di utilità proprio gli strumenti “vecchi”, adattati in una versione 4.0: un necessario adeguamento, dunque, e non lo stravolgimento di categorie sedimentate attraverso i precedenti momenti di “crisi”, nella perdurante consapevolezza del valore fondativo della dignità della persona che lavora, trascendente ogni avanzamento della tecnica.

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