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Se nazionalismi e muri smontano l’Europa

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NUOVE CORTINE DI FERRO

Se nazionalismi e muri smontano l’Europa

La caduta del muro di Berlino, la riunificazione tedesca prima ed europea poi l’avevano disintegrata, si sperava per sempre. Invece, quasi 30 anni dopo, una nuova cortina di ferro rischia di calare sull’Unione. I brillanti autori però non sono i nostalgici della defunta Urss o la Russia dello zar Putin.

Oggi ci pensano gli europei da soli, alzando steccati in casa propria, da Nord a Sud più che da Est a Ovest come allora, perché il Mediterraneo come le Alpi, il Brennero e i Balcani stanno tutti a Sud. E non li ferma la prospettiva di far saltare Schengen, la libera circolazione delle persone, il mercato unico e poi forse l’euro e tutto il domino europeo. Migrazioni e migranti sono la molla della furia autodistruttrice che consuma l’Unione, proprio quando l’emergenza flussi si è placata: sono 45.000 i salvati in mare nei primi sei mesi dell’anno e sono 20 alla settimana i casi trattati alla frontiera tedesca, ha ricordato ieri il deputato tedesco Udo Bullmann, presidente degli euro-socialisti.

In realtà la crisi è politica, per questo è una trappola mortale che erode la stabilità e i margini di manovra delle democrazie. Già il recente vertice Ue prometteva molto poco di buono: nell’immediato centri chiusi di detenzione solo su base volontaria e sullo sfondo di accordi bilaterali tra Stati Ue. Più protezione alle frontiere esterne, più aiuti e outsourcing del problema in Africa per domani e dopo. L’accordo doveva salvare il Governo Merkel ma il suo ministro degli Interni l’ha bocciato: insufficiente per ricompattare l’alleanza Cdu-Csu.

E così il cancelliere, fino a ieri l’indiscusso campione globale dell’Europa aperta e liberale, paladino del multilateralismo e dei valori umanitari, nemico giurato di tutti i protezionismi, insomma l’anti-Trump incarnato, ha siglato la propria resa. Ora attende il via libera dell’Spd, altro partner di coalizione. Già nel 2016 sponsorizzando l’accordo con la Turchia autoritaria di Erdogan per fermare i flussi incontrollati provocati da una sua decisione unilaterale, aveva dato prova di cinismo spregiudicato. Ora la sua capitolazione, con l’assenso ai centri di detenzione alle frontiere tedesche dove convogliare i rifugiati già registrati in altri paesi Ue in attesa di rimandarveli. Di fatto Angela Merkel ha accettato di comportarsi come l’esecrato Trump al confine messicano.

Molto peggio, ha abiurato al proprio credo per piegarsi alle sirene del neo-nazionalismo tedesco e dell’estrema-destra, che non sono molto diversi da quelli che proliferano in Austria, Italia, Francia, Olanda, Scandinavia, Polonia e Ungheria: li chiamano populismi per spregiarli, come se bastasse a fermarli. A non mettere in croce l’Europa.

Nessun paese però è in grado di influenzare il corso della storia europea come la Germania. Nel bene e nel male. Non a caso ieri a Strasburgo Sebastian Kurz, cancelliere austriaco e nuovo presidente dell’Ue, ha chiarito che se Berlino chiuderà le frontiere, Vienna seguirà blindando i confini a Sud, con Slovenia (già chiusi) e Italia. Inevitabilmente, ha detto, altri seguiranno e sarà la fine di Schengen, si dice temporanea.

Altrettanto inevitabilmente vittime designate del neo-nazionalismo tedesco diventeranno anche le riforme dell’eurozona e dell’unione bancaria, il bilancio pluriennale europeo: tutto quel che richiede solidarietà ma non quello che implica disciplina, rigore e la cosiddetta responsabilità, che per definizione non apparterrebbe ai paesi mediterranei. Ma la sbandata a destra di Merkel finirà anche per cambiare faccia e politiche dei popolari europei, primo gruppo (Ppe) dell’europarlamento, dove si potrebbero presto scoprire insospettate sintonie con Viktor Orban, l’autoritario premier ungherese che molti oggi vorrebbero mettere alla porta. Dove l’Opa della Lega europea, vagheggiata da Matteo Salvini con gli occhi puntati sulle europee del 2019, potrebbe apparire meno delirio politico e molto più progetto concreto e fattibile.

Nessuno però in Italia si deve illudere troppo. Anche se, guardando ai sempre più diffusi e condivisi malumori europei, il nostro isolamento potrebbe apparire più geografico che politico e in parte lo è, nella realtà paradossalmente l’assunto non funziona. Il primo test è venuto dal recente vertice Ue: pur conclamando, Merkel in testa, comprensione per il gran fardello migratorio di cui si è fatta e si fa carico l’Italia, poi ha pensato più alla ricollocazione dei rifugiati illegali tedeschi che alla responsabilità condisa dei migranti che sbarcano in Italia, ai centri di detenzione “volontari” ma sempre in Italia. Se ci sarà crisi al Brennero, nessuno muoverà un dito: per Bruxelles le misure tedesche in linea con le regole Ue. Se ci saranno, le riforme di euro e banche punteranno prima di tutto a imbrigliarci per impedirci di nuocere agli altri. In breve, populisti di lotta o di Governo poco importa: per l’Europa che si sfalda inseguendo i più vari nazionalismi, restano sempre italiani. Le radicate e spesso gratuite diffidenze dei partner si vincono però solo dimostrando nei fatti che sono infondate.

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