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La politicizzazione del fisco può produrre leggi ingiuste

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l’analisi

La politicizzazione del fisco può produrre leggi ingiuste

La politica fiscale è un capitolo della politica economica. Prima di tutto perché la politica della spesa non può prescindere da quella delle entrate. Oggi questa connessione è cosa più complessa della dimensione europea e mondiale dei rapporti economici. Non vi è possibilità di un ordinamento democratico senza un ordinamento tributario serio e ordinato.

Il tributo è «pietra angolare dello Stato democratico».

In uno Stato democratico che voglia continuare a riposare sulla “proprietà privata”, sulla libertà economica o sulla libertà politica, e che quindi non voglia ricorrere ad altri criteri incompatibili con quelle libertà il problema fiscale non è solo tecnico, ma è un problema politico morale, perché si tratta di dare a ciascuno quello che gli spetta e di creare le basi di una società onesta, bene organizzata, nella quale la selezione avvenga secondo il merito e non secondo la maggiore o minore capacità di procurarsi una rendita fiscale. Il dovere fiscale va quindi inteso come dovere di solidarietà, che costituisce il fondamento sul quale si regge l’organizzazione dello Stato moderno, libero e democratico. Giustamente la migliore dottrina tributaria ha ricondotto il dovere di concorrere alle spese pubbliche in base alla capacità contributiva, posto dall’articolo 53 Cost., fra i doveri di solidarietà politica, economica e sociale sanciti dall’articolo 2 della Costituzione repubblicana.

Il dovere di solidarietà costituisce il supporto di tutta la categoria dei doveri pubblici-costituzionali. C’è una stretta connessione fra diritti e doveri, in quanto i diritti dei singoli possono svolgersi nell’ambito di taluni doveri pubblici che si atteggiano come inderogabili nell’attuale ordinamento statale.

Esistono delle condizioni precise, tuttora valide, perché il sistema tributario possa assolvere i suoi compiti:

l’imposta deve essere “sopportabile”, nel senso che non deve scoraggiare la produzione del reddito e non deve diventare causa tecnica di evasione, giacché tutti tendono a ridurre l’incidenza di una tassazione eccessiva. L’eccessiva elevatezza delle aliquote, che neutralizza l’interesse del contribuente al conseguimento di un maggior reddito, è il difetto più rilevante del sistema tributario;

il sistema tributario deve fondarsi su un rapporto di fiducia e di collaborazione tra cittadino e fisco, che è solo un aspetto particolare di quel rapporto di fiducia che deve intercorrere in ogni regime democratico fra cittadini e Stato. Ogni riforma legislativa o amministrativa avrebbe scarso effetto, qualora i cittadini non fossero intimamente convinti della necessità e della equità dell’imposizione fiscale.

Ora la riforma è stata attuata e dei passi innanzi sono stati fatti. Ma molti problemi sono ancora aperti: per tornare alle tre condizioni poste da Ezio Vanoni (sopportabilità, fiducia, organizzazione dell’amministrazione), va detto che la tassazione dei redditi è al limite della sopportabilità e quindi agisce come causa tecnica della evasione, che il rapporto fra cittadini e fisco è ancora di sfiducia reciproca e che l’amministrazione è ben lungi dall’avere la capacità di rilevare i propri errori. Ma, indipendentemente dai singoli rilievi, vi è una valutazione di fondo che va fatta: ed è che anche nella materia tributaria si rileva lo scontro tra classi protette e classi non protette, c’è confusione fra diritto e politica, fra sindacato e partiti, fra questi soggetti e il Parlamento, sempre più ridotto a ruolo di notaio di scelte fatte in altra sede.

Il problema è l’imparzialità della legge tributaria che, pur essendo preordinata a colpire determinati presupposti economici e quindi determinanti settori sociali del Paese, deve essere sempre posta nell’interesse generale, deve essere cioè sempre strumento di giustizia. La politicizzazione del fisco può produrre leggi ingiuste, come la flat tax, che viola tutti i princìpi finora esposti. L’improvvisazione di nuove leggi non serve a niente se non produrre danni.

In questo quadro, brevemente delineato, l’obiettivo primario della politica fiscale legislativa è recuperare le ragioni fondamentali che la giustificano nell’ordinamento repubblicano e la valorizzazione dei princìpi costituzionali che ne rappresentano i limiti in funzione di garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini. Ovviamente, la politica fiscale è prima di tutto insieme di scelte politiche che competono alla discrezionalità del governante, che ognuno di noi può approvare o respingere in base alle proprie scelte politiche. Ma, come già detto, si vuol parlare qui di politica fiscale in altro senso, come esigenza del rispetto di certe regole che vanno comunque osservate, indipendentemente dalle scelte politiche contingenti che si possono manifestare con questo o quel tributo particolare, con questa o quella aliquota o detrazione.

Da questo punto di vista la prima esigenza da invocare è che il sistema tributario dovrebbe essere tendenzialmente stabile per quanto concerne i princìpi e le regole che furono delineati al momento della riforma:

la semplificazione, data da pochi tributi e soprattutto dalla possibilità di individuare agevolmente la norma applicabile al caso concreto;

la certezza, intesa come possibilità, conseguente alla semplicità, di poter valutare con qualche approssimazione l’incidenza fiscale in termini di costi dell’attività economica;

la sopportabilità, intesa come permanenza dell’incentivo alla produzione di un maggior reddito;

la perequazione, la giustizia fiscale, sia come perequazione legale, che come perequazione di fatto, assenza cioè di evasione; la celerità dei procedimenti di applicazione delle imposte e dei processi connessi;

la progressività che richiede tributi dalla struttura omogenea in tutti i Paesi che è la condizione della giustizia fiscale nei rapporti internazionali.

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