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Una neo-scrittura per immaginare il futuro

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letteratura e società

Una neo-scrittura per immaginare il futuro

(Agf)
(Agf)

Pur senza troppo insistere sulle etichette e sulle definizioni che costellano il linguaggio di ogni epoca, qualcosa vorrà pur significare se nei paradigmi critico-interpretativi degli ultimi decenni sia sparito quasi completamente il prefisso “neo”, molto usato invece a metà Novecento e, soprattutto, all’indomani della seconda guerra mondiale. Mi limito alla letteratura (neorealismo, neosperimentalismo, neoavanguardia, nouveau roman) - Luciano Bianciardi addirittura proponeva un visionario “neocristianesimo a sfondo disattivistico” per vincere i raptus della modernità industriale -, ma un simile fenomeno, benché su piani differenti, si apparentava anche alla filosofia (neoidealismo), al cinema (nouvelle vague), all’economia (neocapitalismo), alla politica kennediana (nuova frontiera).

Abbiamo attraversato una stagione, lunga quasi un secolo, in cui gran parte delle discipline nutriva il bisogno di ridisegnare i propri statuti, magari prendendo a prestito ciò che di buono e di utile era stato affermato in precedenza, e riconsegnarli ai posteri alla luce di un’operazione che trasmettesse la sensazione di lasciare un segno nel tempo a venire. Da almeno trent’anni questa tendenza si è arrestata e da quando abbiamo scoperto la categoria della condizione postuma abbiamo smesso di pensarci come individui proiettati verso il futuro e ci siamo ripiegati verso un uso sovrabbondante - spesso un abuso - del suffisso “post”.

Molto banalmente questo ragionamento induce a pensare che non siamo più capaci di cercare i caratteri del rinnovamento, abbiamo smarrito il talento dei costruttori e siamo tutti protesi ad accompagnare nei suoi esiti conclusivi il sentimento della fine: ci stiamo crogiolando in quella specie di languore decadente che già alla soglia del precedente secolo non soltanto la Mitteleuropa aveva attraversato, scivolando inconsapevolmente verso il dramma della Grande Guerra.

Il postmoderno, che è entrato nel nostro orizzonte culturale durante gli anni Ottanta e che ha occupato uno spazio notevole nella geografia di fine millennio, continua a riverberare nei nostri discorsi, nei nostri libri senza peraltro essere stato identificato in maniera mai del tutto convincente ed è una sorta di male oscuro di cui nessuno sa trovare l’origine e dunque nessuno azzarda una diagnosi. Lo subiamo come dimensione ormai stabile e duratura, ne sopportiamo i limiti con insofferenza, ma raramente riusciamo a intravedere una via per uscirne fuori. Eppure mai come in questo momento, dal punto di vista culturale e morale, si renderebbe necessario guarire da questa ambigua condizione di posterità, occorrerebbe cioè dimenticare di sentirci per forza nati all’indomani di qualcuno, convincerci che il grande Novecento è alle nostre spalle, superato ormai quasi da due decenni e che la sua morte, se anche dovesse conservare in ciascuno di noi i segni del lutto, dovrebbe lasciarci liberi dal suo peso, senza le catene che ci impediscono di vivere il nuovo millennio come tutti abbiamo sperato e aspettato.

Per poter far questo - per poter riprendere l’uso del “neo” in sostituzione del “post” - occorre recidere il cordone ombelicale con il secolo terribile e maestoso di cui ci sentiamo ancora figli, dimenticare la sua fine che invece continua a parlarci e a condizionarci, ripensare alle istituzioni culturali (i libri e gli archivi, le università e la scuola) come a strumenti grazie ai quali tornare a innalzare i ruderi, a ricomporre le rovine.

Poco meno di cento anni fa, nel 1921, Giuseppe Antonio Borgese pubblicava un saggio che aveva un titolo biblico-sapienziale: Tempo di edificare. Si riferiva alla disciplina del romanzo, che in quella stagione languiva nelle sacche di autobiografismo. Ma nel disegno dell’opera era sottesa la volontà a ritrovare, nei codici della letteratura, il passo per uscire dall’apocalisse di una nazione mutilata.

Innalzare il monumento al genere del romanzo era un po’ come procedere alla rifondazione di un’Italia disorientata, esattamente come aveva intuito Manzoni per il suo capolavoro. Mi chiedo se non sia il caso oggi di ripensare a quella limpida lezione critica come a un modello ancora insuperato di metodo e di disciplina, mi chiedo se alla nostra epoca, per avanzare le sue legittime aspirazioni all’uso del “neo”, non serva riaffidarsi alla vocazione di chi pensa alla scrittura e alla sua forma non più per ritrarre il mondo così com’è, ma per avventurarsi nel mondo come dovrebbe essere o come vorremmo che fosse.

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