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La ripresa e il debito convitato di pietra

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banche ed economia

La ripresa e il debito convitato di pietra

Impegno per le riforme nel rispetto dei vincoli di bilancio. È questo il filo conduttore delle relazioni all’assemblea dell’Abi di ieri. Il peggio della crisi è passato, per le banche come per l’economia italiana nel suo complesso, ma non c’è tempo per festeggiare: perché la ripresa va rallentando ovunque e soprattutto perché dobbiamo finalmente porre rimedio ai problemi strutturali che nel lungo periodo hanno ridotto la competitività del nostro Paese e ci hanno fatto pagare nell’ultimo decennio un prezzo fra i più alti fra i Paesi avanzati.

Il tradizionale appuntamento bancario di luglio assumeva quest’anno un particolare connotato politico perché per la prima volta dopo la formazione del governo metteva a confronto il presidente dell’Abi, il governatore della Banca d’Italia e il nuovo ministro dell’Economia. Il primo non si è fatto pregare e ha sottolineato con forza la necessità di «voltare definitivamente pagina» ma mettendo in grande risalto i vincoli da rispettare e soprattutto le insidie della tentazione di cedere alle derive nazionaliste di stampo mediterraneo (o mitteleuropeo, si potrebbe aggiungere).

Il filo rosso che lega le tre relazioni è quello del debito pubblico. Patuelli e Visco hanno messo in rilievo il pericolo di un trattamento discriminatorio dei titoli pubblici nei bilanci delle banche (come vorrebbero le derive teutoniche dei nazionalismi) che non solo comprometterebbe il risanamento in atto dei sistemi bancari periferici, ma sarebbe la resa definitiva di fronte nella battaglia per arrivare finalmente alla condivisione dei rischi in Europa.

L’Unione bancaria è stata un grande passo in avanti, ma in mancanza di una dotazione adeguata del meccanismo unico di risoluzione e soprattutto di un sistema unico di assicurazione dei depositi, ci troviamo ancora in mezzo al guado perché il rischio di ciascuna banca è condizionato in primo luogo dal rischio Paese, come abbiamo toccato con mano da ultimo nei giorni di incertezza politica, quando lo spread è schizzato verso l’alto e i corsi delle banche italiane sono stati penalizzati molto più della media. La lezione è che i vincoli comunitari hanno senso se trovano una compensazione a livello accentrato, ma fintanto che questo non succede, non si raggiungono tutti i vantaggi dell’integrazione finanziaria e la crisi cova sempre dietro l’angolo. Questo, ha ricordato il governatore, vale anche per la finanza pubblica, dove i margini di manovra nazionali si sono ulteriormente ridotti (non solo per noi), mentre gli strumenti europei di stabilizzazione macroeconomica non sono stati adegutamente potenziati.

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È sterile, ha detto Visco, contrapporre l’obiettivo della riduzione dei rischi a quello della loro condivisione. Il completamento dell’Unione bancaria è il caso classico di una riforma che, mettendo i rischi a fattor comune, può portare a una sostanziale unione dei mercati dei capitali. Che a sua volta è necessaria per eliminare la frammentazione finanziaria e permettere che il capitale privato svolga la funzione di assorbimento degli shock che caratterizza i mercati veramente integrati come quello americano. Lo stesso discorso vale per la necessità di creare una capacita di bilancio europea per limitare le conseguenze di recessioni nei singoli stati membri senza pesare sulle finanze pubbliche nazionali, contenendo cosi il rischio di crisi sovrane e la necessità di ricorrere a interventi di salvataggio, che si sono dimostrati molto costosi.

Il ministro Tria ha opportunamente sottolineato l’impegno del governo a confermare gli obiettivi di bilancio concordati con Bruxelles, in particolare quello di surplus strutturale che guida la riduzione del rapporto fra debito pubblico e reddito lordo. Un segnale importante, soprattutto per il nostro sistema bancario perché, come si è visto recentemente, è quest’ultimo a pagare per primo lo scotto di incertezze sulla sostenibilità del debito con conseguente aumento degli spread, che, giova ricordare, è oggi 100 punti base sopra il livello di inizio maggio.

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Ridurre il debito pubblico è fondamentale per ridurre la pressione fiscale, ha detto Patuelli (con il che si adombra la necessità di un sentiero di rientro più deciso di quello scandito dai surplus strutturali). Occorrono misure strutturali che diano le risposte che sono mancate negli ultimi 20 anni e che non ci hanno consentito di cogliere tutte le opportunità della moneta unica, gli ha fatto eco Visco. Le politiche di sostegno della domanda difficilmente ci portano fuori dalle secche della bassa crescita e del ristagno della competitività. Altrimenti, ha concluso il governatore, rischiamo di lasciare in eredita alla nuova generazione un debito più elevato e un reddito più basso. Non è quello che deve fare un governo che fa del cambiamento la sua bandiera.

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