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L’uscita dall’euro non esiste ma l’Italia faccia la sua parte

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competitivitÀ

L’uscita dall’euro non esiste ma l’Italia faccia la sua parte

Martedì Il Sole 24 Ore ha pubblicato la lettera di otto economisti italiani in difesa dell’euro e dell’appartenenza italiana all’Eurozona. Conosco personalmente la gran parte di loro: con Lorenzo Codogno e Mauro Maré siamo stati colleghi, Pietro Reichlin è stato mio professore al dottorato, Giampaolo Galli mi ha assunto da giovane economista, con Vito Tanzi abbiamo fatto tante belle discussioni a casa sua nel periodo in cui sono stato a Washington, con Stefano Micossi si parla delle recenti evoluzioni dell’economia italiana.

Ne ho grande stima professionale e umana, sono tutti e otto una importante risorsa per il dibattito di politica economica in Italia data la profonda conoscenza che hanno sia della scienza economica, sia della pratica.

Ecco perché la loro lettera non deve passare inosservata ed è giusto che alimenti la discussione sulle linee di politica economica che l’Italia assumerà, anche in preparazione della prossima legge di bilancio.

Dico però subito che io quella lettera non l’avrei firmata. Non l’avrei firmata perché il tema dell’uscita dall’euro non deve essere all’ordine del giorno, né nella pratica, né nel dibattito. Aver sollevato la questione, con toni anche drammatici («L’Italia corre gravi rischi», inizia la lettera) non fa bene all’Italia perché alimenta l’idea, soprattutto all’estero, che ci si stia pensando.

Personalmente, in nessuno dei miei colloqui con investitori stranieri negli ultimi due mesi, la questione dell’appartenenza dell’Italia all’euro è stata sollevata. Piuttosto, ci si interroga sulla visione dell’Italia in merito alle riforme dell’Eurozona, o sulle decisioni di politica economica.

Bene ha fatto il vicepremier Luigi Di Maio a mettere la parola fine a questa discussione, dichiarando che l’Italia non ha nessun piano B che contempla l’uscita dall’euro. Punto. Se ha suggerito a Di Maio questa dichiarazione, la lettera pubblicata sul Sole 24 Ore ha raggiunto il suo scopo e si può voltare pagina.

Nel mondo oggi prevale l’incertezza, mancano i punti di riferimento che un tempo si identificavano in princìpi comuni delle democrazie occidentali. Il G7 del Canada di fine giugno ha mostrato come quella parte del mondo, che ha guidato per decenni le scelte strategiche e fatto progredire miliardi di persone - incluse quelle non appartenenti ai Paesi G7 - non è più coeso. Trump attacca Trudeau; i britannici escono dall’Unione europea; Francia, Germania e Italia litigano in Europa.

In questo contesto, l’appartenenza dell’Italia all’area dell’euro è nel nostro interesse nazionale perché rimane l’àncora in un mondo spazzato da turbolenze violente e improvvise. È interesse specifico delle imprese italiane che ogni giorno lavorativo esportano nel mercato unico europeo 1 miliardo di euro in beni e servizi, beneficiando di un sistema di regole comuni, dove si paga con la stessa moneta senza dover coprirsi da rischi di cambio.

È poi nell’interesse delle famiglie che si indebitano per comprare casa. I bassi tassi di interesse del periodo 1999-2006, e gli ancor più bassi tassi di questi anni recenti sono il frutto della stabilità dell’euro, di una banca centrale credibile, della solidità dei nostri partner. È interesse delle parti meno sviluppate del Paese, che grazie ai fondi di coesione europei possono recuperare quel gap che ancora rimane.

Naturalmente, l’Italia deve fare la sua parte per avere il rispetto che si merita all’interno dell’Eurozona. In primo luogo, deve rassicurare sul debito pubblico e mostrare un sentiero di graduale discesa, cosa che non è avvenuta nel triennio precedente: l’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei che non è riuscito ad approfittare dei bassissimi tassi di interesse e di 20 trimestri consecutivi di crescita. La riduzione del debito pubblico è una precondizione alla crescita economica perché gli operatori che investono in Italia, sia quelli nazionali che quelli internazionali, vedono nella riduzione del debito un progetto di lungo respiro che andrebbe a liberare risorse. Inoltre, questo ridurrebbe il premio al rischio sull’Italia e faciliterebbe il finanziamento all’economia reale attraverso tassi più contenuti.

In secondo luogo, bisogna far rapidamente emergere una idea di sviluppo. La discussione con la Commissione europea sulla prossima legge di bilancio e sull’eventuale flessibilità rispetto agli obiettivi concordati dipenderà dalla qualità delle proposte. Se c’è un disegno chiaro, di medio termine, con interventi che hanno un evidente impatto sulla crescita, allora è probabile che i mercati accoglieranno favorevolmente un po’ di flessibilità. Se invece manca l’idea di sviluppo, qualche piccolo vantaggio che potremmo avere da maggiore spesa pubblica si neutralizzerà attraverso un aumento degli spread e dei tassi di interesse.

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In terzo luogo, serve una proposta italiana per la riforma dell’Erozona. Il modo migliore per non alimentare false idee sull’uscita dell’Italia dall’Eurozona è lavorare seriamente per riformarla, facendo vedere che ci sta a cuore e che ci interessa un’Eurozona più efficiente. L’Italia non è stata in grado di formulare una sua proposta negli anni precedenti: si parlava delle posizioni della Francia, di quelle della Germania, ma poco o nulla della posizione italiana. Oggi, l’Italia ha l’occasione di portare avanti una proposta per un grande piano di investimenti europeo in infrastrutture, capitale umano, ricerca, finanziato da eurobond emessi da un’autorità sovranazionale. In cambio, può offrire più rigore sui conti nazionali, per lo meno sulla parte corrente. Portare in Europa la consapevolezza che la competizione non è più tra Italia e Francia, Italia e Germania, ma tra Europa, Cina e Stati Uniti potrebbe essere il nostro miglior contributo.

Lasciamo allora una volta per tutte da parte il dibattito sull’appartenenza all’euro, e concentriamoci a rendere la nostra economia ancora più competitiva. Per farlo, abbiamo innanzitutto bisogno dell’euro.

Capo economista, Confindustria

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