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Made in Italy, la sfida di empatia e tecnologia

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le vie della manifattura

Made in Italy, la sfida di empatia e tecnologia

In tante città della Siria una parte importante della benzina viene prodotta a partire dalla plastica recuperata dalle macerie delle case abbandonate. Piccoli forni rudimentali scaldano la plastica triturata per avviare un processo di raffinazione fai-da-te che ha inevitabili conseguenze sulla qualità dell’ambiente circostante. Khaled Malas, architetto e punto di riferimento del collettivo di design Sigil, ha deciso di mettere mano alla costruzione di alternative sostenibili. Riciclando quanto disponibile fra le rovine di Ghouta, Khaled ha progettato e realizzato un mulino a vento capace di produrre energia pulita rimettendo in moto l’orgoglio di una comunità. Il mulino a vento non ha resistito a lungo ai bombardamenti, ma ha testimoniato la capacità di reagire della popolazione locale proponendo soluzioni coerenti rispetto a un ambiente già ampiamente devastato.

Il mulino a vento progettato da Sigil è un esempio di quello che Paola Antonelli ha definito «restorative design». Il nostro rapporto con la natura – ha sottolineato a più riprese la curatrice della XXII Triennale durante il seminario milanese che ha presentato la mostra del prossimo anno – è irrimediabilmente compromesso. I segni di questo degrado sono diversi e identificano uno scenario cui è possibile porre rimedio solo in parte. In questo orizzonte, al design spetta il compito di trovare possibili soluzioni che, come il mulino a vento di Sigil, rappresentino un punto di riconciliazione con l’ambiente e con la comunità che lo abita.

Siamo poco abituati a pensare al design come pratica del rimedio. Associamo la cultura del progetto agli spazi domestici, ai mezzi di trasporto, alle interfacce di telefoni e computer, oggi anche ai servizi. La proposta della XXII Triennale è un invito a spingersi oltre. Ci sprona a pensare il design come la disciplina in grado di trovare soluzioni per riannodare un legame con la natura che ci circonda e con le comunità che la vivono. Al designer spetta il compito di diventare un catalizzatore di conoscenze diverse, dalla fisica alla biologia, dalle scienze sociali all’informatica, per progettare risposte – anche temporanee – a grandi problemi del nostro tempo.

Perché il designer dovrebbe far meglio di quanto hanno provato a fare prima di lui tante figure importanti, dall’ingegnere allo scienziato? Perché il design fa dell’empatia lo strumento chiave per parlare con il mondo. È l’empatia – secondo Michael Gorman – la principale qualità dell’uomo del XXI secolo. Gorman, curatore del futuro museo “Biotopia” di Monaco di Baviera, ha ripensato il progetto del museo di storia naturale attorno a un nuovo rapporto fra uomo e ambiente provando a superare la tradizionale relazione soggetto-oggetto che ha segnato il rapporto fra uomo e natura nella scienza classica. Il passo non ha nulla di scontato: è una sfida.

L’empatia non costituisce solo il cardine su cui ripensare in modo innovativo ciò che finora abbiamo chiamato “green”, ma rappresenta anche la chiave progettuale per immaginare le tecnologie del futuro. L’empatia è ciò che darà qualità al mondo digitale che ci accingiamo ad abitare. Su questo fronte, il lavoro di Maholo Uchida, curatrice del museo Miraikan di Tokyo e componente dell’advisory board della XXII Triennale, costituisce uno stimolo prezioso per coloro che sono impegnati nella progettazione di macchine intelligenti perché spinge a riflettere su come la tecnologia può affiancare l’uomo invece che ridurne drasticamente il ruolo, disconoscendone la sensibilità e l’intelligenza. Il racconto della tecnologia proposto da Uchida punta a superare la contrapposizione fra uomo e macchina per identificare un immaginario di convivenza incardinato su un’estetica innovativa e forme originali di interazione.

Che valore ha per gli imprenditori del Made in Italy la proposta della XXII Triennale? Più di quanto sarebbe lecito immaginare a prima vista. Il Made in Italy ha costruito il suo successo sulla capacità di dialogo e di ascolto di altre culture. Ha ribadito a più riprese la sua dimensione “umanistica” in contrapposizione a un modello di produzione di massa fondato principalmente su efficienza tecnica ed economie di scala. Il progetto avviato dalla XXII Triennale è uno stimolo a ripensare e rielaborare una nozione di umanesimo che esce profondamente modificata dalle grandi trasformazioni tecnologiche di questi anni. Per le imprese italiane, il dialogo con i temi della XXII Triennale rappresenta l’occasione per rinnovare la propria specificità e per rilanciare le ragioni del proprio valore. Il confronto con i temi di una natura compromessa e di una società destabilizzata costituisce lo stimolo per mobilitare attorno alla cultura del progetto conoscenze scientifiche e competenze digitali che oggi vanno necessariamente saldate ai saperi della tradizione italiana.

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