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La sfida sovranista a Europa e costituzione

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noi e l’unione

La sfida sovranista a Europa e costituzione

(Agf creative)
(Agf creative)

Siccome la divisione tra sovranisti e europeisti sta caratterizzando sia la politica nazionale che quella europea, vale la pena di capire quale Europa sia conciliabile con le politiche perseguite dagli uni e dagli altri. Comincerò indagando l'Europa dei sovranisti, per discutere (in un articolo successivo) quella degli europeisti. Che tipo di Europa vogliono promuovere leader come l'ungherese Viktor Orban, il polacco Jarosław Kaczyński, il danese Kristian Dahl, l'austriaco Norbert Hofer e l'italiano Matteo Salvini? Chiarisco subito che i sovranisti di oggi non vanno confusi con i nazionalisti di ieri, anche se il nazionalismo è una componente del loro bagaglio ideologico. Il nazionalismo di Charles De Gaulle (degli anni Sessanta del secolo scorso), ripreso oggi da Marion Maréchal (esponente dell'estrema destra francese), è inconciliabile con l'esperienza dell'Europa odierna. Per De Gaulle, l'Europa era e doveva essere una collezione di Patrie nazionali, chiuse nella loro specifica identità e aperte solamente alla collaborazione diplomatica. Per lui, neppure la cooperazione militare nella Nato era accettabile. Questo nazionalismo ha ricevuto un colpo mortale dalla vicenda della Brexit con il Regno Unito che, pensando di uscire dalla Ue, è in realtà uscito da sé stesso.Sul piano empirico, il contemporaneo sovranismo europeo ha due prospettive diverse da perseguire. La prima è quella del mercato unico (o singolo, che coincide con l'Atto Unico Europeo del 1986, precedente al Trattato di Maastricht del 1992 che ha formalizzato l'adozione dell'euro come moneta comune europea).

La seconda è quella dell’unione doganale (che coincide con l’Accordo commerciale del 1968 che ha poi reso possibile lo sviluppo del mercato unico). Se la prospettiva dell’unione doganale richiede l’assenza di barriere commerciali all’interno e l’introduzione di una tariffa comune all’esterno, la prospettiva del mercato unico richiede invece vincoli molto più significativi. Il mercato unico presuppone l’esistenza di una legislazione ed istituzioni sovranazionali, così da promuovere uno spazio economico omogeneo sul piano transnazionale. Una omogeneità necessaria per consentire la libertà di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone in tutti i Paesi che ne fanno parte. Se l’unione doganale richiede un’integrazione negativa (eliminazione di barriere tra gli Stati che la compongono), il mercato unico richiede un’integrazione anche positiva (introduzione di nuove nome sovranazionali in sostituzione di quelle nazionali eliminate).

Visti gli enormi vantaggi generati dal mercato unico del 1986, nessun leader sovranista europeo ha mai proposto di ritornare all’unione doganale del 1968. Peraltro, mentre il passaggio dal mercato comune (del 1957) al mercato unico (del 1986) fu fortemente voluto dal governo liberista britannico di Margareth Thatcher (in alleanza con l’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors), oggi è il governo britannico di Theresa May che vuole istituire un’unione doganale sui generis tra il suo Paese e l’Ue. Tuttavia, la prospettiva del mercato unico viene considerata compatibile con il sovranismo a condizione, però, che quest’ultimo conservi il controllo delle politiche cosiddette identitarie. Come la politica dell’immigrazione, dell'ordine interno e la politica costituzionale. Un controllo che ha portato, nei Paesi dell’Est europeo ma non del nord scandinavo, alla formazione di regimi politici autoritari.

Le cose sono più complicate nel caso del sovranismo italiano. Innanzitutto perché i nostri sovranisti affermano il principio della preminenza del diritto nazionale su quello europeo («come ha fatto la Germania», è scritto erroneamente nel programma della Lega), mettendo così in discussione la regolamentazione sovranazionale del mercato unico. In realtà, in tutte le materie regolative di quest’ultimo, la Germania ha rispettato e continua a rispettare la preminenza del diritto europeo su quello nazionale (come stabilito da una storica sentenza della Corte europea di giustizia già nel 1964). È piuttosto sulle decisioni finanziarie dovute a Trattati intergovernativi (esterni dunque all’ordine comunitario, come l’European stability mechanism) che il Bundestag tedesco (sostenuto dalla Corte costituzionale del Paese) ha rivendicato una sua preminenza. E poi perché i nostri sovranisti governano un Paese dell’Eurozona, mentre i leader sovranisti dell’est e del nord scandinavo guidano Paesi che non fanno parte dell’Eurozona (e quindi non sono sottoposti ai vincoli della condivisione di una moneta comune). Per come è istituzionalmente strutturata, l’Eurozona è inconciliabile con il sovranismo dei suoi Stati membri (e ciò vale anche per l’Austria). Tra l’Eurozona e il sovranismo c’è dunque una tensione inevitabile.

È bene che i leader dei due partiti che costituiscono il governo italiano abbiano ribadito che l’uscita dall’Eurozona non è all’ordine del giorno, «almeno per questa legislatura» come ha prudentemente precisato il nostro presidente del Consiglio nel dibattito sulla fiducia al suo governo. Tuttavia, tale dichiarazione non sarà sufficiente a tenere sotto controllo la tensione tra l’Eurozona e il nostro Paese, se il sovranismo si affermerà come la visione politica predominante in quest’ultimo. Per gestire quella tensione, i leader sovranisti cercheranno di trasferire sulle politiche identitarie (come la politica migratoria) l’attenzione pubblica. Ciò che è successo in questi giorni (con il ministro degli Interni che assume le prerogative di altri ministeri e che si sostituisce all’autorità giudiziaria, costringendo il presidente della Repubblica ad intervenire per delimitarlo) è la testimonianza di una strategia politica finalizzata a delegittimare i vincoli esterni ed interni che si frappongono alla politica sovranista.

In conclusione, se il sovranismo di chi è all’esterno dell’Eurozona può adattarsi alla prospettiva del mercato unico, il sovranismo di un Paese interno all’Eurozona ha di fronte a sé un percorso molto più conflittuale per affermarsi. Per la sua logica, quel sovranismo è spinto a sfidare equilibri costituzionali interni e monetari esterni con conseguenze facilmente prevedibili.

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