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Il percorso per diventare avvocati è inutilmente tortuoso

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Il percorso per diventare avvocati è inutilmente tortuoso

Nei nostri incontri di lavoro per contratti internazionali ci confrontiamo con studi legali di altri Paesi il senior è sempre accompagnato da ragazzi con un’età dai 24 anni in su. Non sono stagisti o praticanti, ma avvocati che, pur giovanissimi, hanno già l’assoluto riconoscimento del titolo mentre i nostri ragazzi sono ancora all’Università. Ci sarebbe da chiedersi se i nostri giovani siano scarsi o più lenti nell’apprendimento, ma non è niente di tutto questo.

La verità è che il nostro sistema scolastico prima e di inserimento nel mondo della professione poi, ruba ai nostri giovani non meno di tre anni nei confronti per esempio dei britannici e americani, che poi sono i sistemi di studio più diffusi al mondo. Basti pensare che, pur schematicamente e sintetizzando al massimo, i ragazzi statunitensi e britannici hanno un corso di studi che dalle elementari al titolo di avvocato necessita di 18 anni mentre ai nostri ne servono almeno 20-21.

Se prendiamo, in particolare, l’esempio degli Stati Uniti dopo le elementari e le medie uguali al nostro sistema educativo, abbiamo 4 anni di scuola superiore contro i nostri 5. C’è poi il college che dura 4 anni e che da una laurea generica dove nell’ambito del ciclo di studi lo studente dichiara la propria major (ad es. Legge) e solo alla fine dell’ultimo anno lo studente ottiene la laurea (Bachelor’s Degree) nella materia in cui hanno dichiarato la major (se è in Legge si parla di LLB). Dopo i 4 anni di college (laurea undergraduate) è possibile fare domanda a una delle prestigiose law school americane (la cosiddetta Graduate school) e si sceglie la materia di specializzazione, quale ad esempio legge. La law school dura in genere 3 anni (JD – Juris doctor). Subito dopo si può fare un Master of Laws della durata massima di 1 o 2 anni (LLM) e ancora l’eventuale dottorato (il PhD) di almeno 3 anni.

I nostri ragazzi invece, prima di conseguire il titolo di avvocato, devono operare un percorso non inferiore ai 20/21 anni di cui un anno in più di superiori, un altro di Università e, 2 anni di praticantato con l’esame di Stato che si tiene una sola volta all’anno e, a secondo del mese in cui ci si laurea si può perdere tranquillamente un ulteriore anno. Se a questo aggiungiamo lo scempio di bocciati dell’esame di Stato per diventare avvocato si toccano i vertici assoluti del paradosso. L’Università ti fornisce la “patente” teorica, poi devi fare 2/3 anni di pratica e finalmente l’esame che, naturalmente, in realtà torna ad essere pura teoria!

A metà dicembre si sostengono tre scritti dove di pratico c’è poco o niente. Gli esiti degli scritti si vengono a conoscere mediamente a metà giugno e dopo qualche tempo si conoscono le date degli orali che iniziano, per estrazione di lettera, a metà settembre. I candidati vengono interrogati in cinque materie oltre alla deontologia professionale che è la cenerentola e dovrebbe essere invece una delle materie cardine. A molti ragazzi capita di essere interrogati a dicembre e quindi sono costretti a riscriversi anche agli scritti perché, paradosso dei paradossi, se passi lo scritto ma non passi l’orale devi ridare anche lo scritto perdendo un intero anno! Parliamo di un esame di Stato e non un concorso pubblico e i medici, che non hanno i tre gradi di giudizio per rimediare a qualche errore, danno l’esame di Stato pochi mesi dopo la laurea con esito sempre positivo.

Molti sostengono che la difficoltà dell’esame di Stato sia un giusto sistema per limitare l’accesso alla professione avendo una media di bocciature di candidati spesso del 50%. Niente di più inutile! La migliore selezione per la professione è la professione stessa come in tutte le cose: ci sono avvocati bravi e preparati che lavoreranno sempre e avvocati scarsi che hanno grosse difficoltà nel mondo del lavoro. Va considerato, infine, che il periodo della pratica forense è forse il momento più duro: i praticanti, appena usciti dall’Università e pronti con orgoglio ad affrontare la professione, si ritrovano con una scarsa remunerazione economica e non sempre i dominus si preoccupano, come dovrebbero, della loro formazione ma li utilizzano per basici adempimenti segretariali. Malgrado tutte queste onde contrarie i giovani d’oggi sono mediamente di altissimo livello. Mi chiedo quindi vista l’eccellenza della “materia prima” perché non dare più attenzione alla deontologia professionale e non restringere i tempi di arrivo, limitando qualche sterile e obsoleto strumendo formativo, in favore di una maggiore attenzione alle lingue straniere, visto che ormai il teatro d’azione degli avvocati d’impresa è il mondo.

Presidente Associazione italiana avvocati d’impresa e naming partner dello studio Martinez&Novebaci

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