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Torino e l’Italia centrali nel futuro di Fca

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il futuro del gruppo

Torino e l’Italia centrali nel futuro di Fca

C’è chi teme, negli ambienti sindacali e politici, che adesso, con il passaggio del timone di Fca a Mike Manley, la presenza e gli interessi del gruppo si allontaneranno sempre più dalla penisola. E quindi che verranno ridimensionate, con la fine dell’era di Sergio Marchionne, le prospettive da lui formulate nel piano industriale 2018-2022 annunciato il 1° giugno scorso in merito alla produzione negli stabilimenti d’assemblaggio italiani di Mirafiori, Grugliasco, Pomigliano, Cassino e Melfi.

È certamente comprensibile, dopo il forzato ritiro dalla scena anzitempo (rispetto alla data del 2019 già prevista) del numero uno di Fca, per l’aggravarsi irreversibile delle sue condizioni fisiche, che circolino preoccupazioni di questo genere.

Ma nulla lascia presagire che Manley, successore di Marchionne e suo stretto collaboratore (nonché protagonista della trasformazione della Jeep in un player globale), intenda cambiare rotta e perciò che vengano ora relegati in un cassetto i progetti concepiti già da tempo e in corso d’opera riguardanti il futuro delle diverse officine attive in Italia.

D’altronde, è noto come da un pezzo una produzione più articolata e imperniata su nuovi modelli di maggior valore aggiunto sia andata man mano rimpiazzando quella di massa che costituiva il nerbo delle vetture sfornate dalla Fiat prima che incorporasse nel suo ambito nel 2014 la Chrysler e ampliasse le sue frontiere nel mercato globale. In pratica, mentre si seguiterà a costruire non solo in Polonia e in Turchia ma in Italia anche alcune “storiche” vetture utilitarie, la conversione delle lavorazioni nei nostri stabilimenti verso Suv, taluni esemplari di Jeep e modelli d’alta gamma (come Alfa Romeo e Maserati), continuerà a essere un punto di forza a presidio dell’attività di Fca in Italia.

C’è inoltre da considerare il fatto che Exor, dopo esser riuscita a scongiurare quattordici anni fa la bancarotta di una Fiat semifallita (grazie alla cessione di alcune aziende dell’indotto e alla sagace opera di Marchionne), rimane tuttora l’azionista di riferimento di Fca e intende esercitare anche in futuro la sua leadership, a giudicare dai programmi che ha in agenda per allargare ulteriormente il raggio d’azione della multinazionale italo-americana in Europa, in Sudamerica e altrove. Non solo. L’azzeramento del debito della holding e l’accresciuta capitalizzazione di Exor consentono adesso al vertice del gruppo di negoziare, da posizioni di forza, qualora puntasse a stabilire joint venture con altre imprese delle quattro ruote.

Una sorta di fil rouge caratterizza, da quattro generazioni (dal Senatore a John Elkann), il ruolo e le ambizioni della famiglia Agnelli. Ed è il suo orizzonte internazionale in linea non solo con le mutevoli e impegnative dinamiche di mercato tipiche di un prodotto come l’auto ma anche in sintonia con la vocazione eccentrica e cosmopolita di una città come Torino, all’avanguardia da sempre nelle innovazioni tecnologiche e nello sviluppo di una moderna cultura d’impresa. Naturalmente c’è da sperare che presto si possa assistere, oltre a un apprezzamento degli investitori, alla ripresa di un dialogo con i sindacati.

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