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Ideologia, diete e libertà delle aziende

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regole & consumi

Ideologia, diete e libertà delle aziende

(Marka)
(Marka)

Abbiamo capito che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha l’ambizione di limitare l’impiego di grassi saturi e di zuccheri nella formulazione dei prodotti alimentari. È una politica che sta dilagando pericolosamente, coinvolgendo istituzioni, come quelle europee o governi nazionali, come quelli scandinavi.

Le burocrazie nazionali e internazionali hanno l’urgenza di arginare le conseguenze che l’eccesso di calorie assunte nella nostra dieta potrebbero avere sulla salute e quindi sulla spesa pubblica (e privata) per le cure. Nel farlo però attentano alla nostra libertà di scelta e di impresa, limitandola pericolosamente. Assumiamo troppe calorie? I dati a disposizione dimostrano che una fetta sempre più ampia di popolazione è sovrappeso, aumentano cosi i rischi per la salute e i costi per i governi. Le proiezioni per il futuro sono ancora più preoccupanti. I grassi saturi e gli zuccheri sono i principali responsabili secondo gli esperti dell’Oms. Diminuendo le quantità assunte si risolve il problema. È sufficiente che chi produce alimenti riformuli le ricette, riducendo gli ingredienti incriminati. Semplice. Ma è questa la soluzione? Secondo chi scrive, no. Ma prima di rispondere dovremmo chiederci se il problema sono solo le calorie che assumiamo. E se governi e agenzie internazionali abbiano il diritto e il dovere di imporci dieta e gusti.

In una liberaldemocrazia compiuta nessuna agenzia internazionale come l’Oms o nessun governo dovrebbe stabilire per legge cosa e come dobbiamo mangiare. I cittadini dovrebbero poter scegliere liberamente così come gli imprenditori dovrebbero poter declinare i prodotti come meglio credono. Liberi di mangiare ciò che vogliamo e liberi di creare come vogliamo. È nell’interesse delle imprese che immettono sul mercato prodotti buoni che piacciano ai consumatori e non siano nocivi per la salute in una dieta bilanciata.

Compito delle istituzioni dovrebbe essere quello di fornire gli strumenti, tra cui le norme giuridiche, per compiere scelte libere, consapevoli e informate, niente altro: un consumatore che sappia leggere e interpretare correttamente una tabella nutrizionale, per poi scegliere liberamente. A che serve la trasparenza delle etichette allora? Possiamo eliminarle? L’Oms non ci indichi quanto zucchero dobbiamo ingerire, ma quali sono gli effetti positivi e negativi della sua assunzione. Anche perché questo approccio totalitario (tassa sulle bevande zuccherate o bollini salutisti) non sta dando risultati.

Secondo l’Oms tendiamo ad aumentare di peso perché mangiamo troppo, molto di più rispetto al passato. Potrebbe essere invece che mangiamo troppo relativamente al poco movimento che facciamo. Siamo progettati geneticamente per sopravvivere nel corso dei millenni alle situazioni avverse che abbiamo affrontato che richiedevano un grande dispendio di energie. Così anche nel 2018, nell’età dell’automazione, del digitale e dei servizi avanzati, il nostro corpo continua a richiamare calorie nonostante il dispendio energetico sia molto inferiore (non basta l’ora simbolica di palestra per bilanciare la vita sedentaria). Perché allora all’Oms non si mobilitano per farci consumare più calorie limitando – per legge – l’uso dei videogiochi, delle serie Tv, dei dispositivi mobili, e persino dei divani? Non sono una causa del presunto sovrappeso? È una provocazione, certo, sufficiente a smontare il teorema Oms.

Le aziende alimentari secondo le burocrazie internazionali invece dovrebbero riformulare le ricette dei loro prodotti, limitando la quantità di sodio, grassi saturi e zuccheri. Significa imporre il sapore per legge, limitando la propensione dei ricercatori e degli imprenditori di sviluppare nuovi prodotti buoni per i consumatori. La domanda resta la stessa: perché noi cittadini consumatori dobbiamo per legge mangiare un prodotto meno zuccherato o meno grasso? Ogni corpo assimila diversamente, così come il contesto in cui viviamo è eterogeneo.

È meglio ridurre le porzioni per esempio, come stanno già facendo alcuni produttori, senza snaturare il gusto. Come sempre il mercato e il metodo sperimentale su cui si fonda il confronto critico tra cittadini trovano soluzioni migliori rispetto all’atteggiamento egemonico delle burocrazie che preferiscono l’emotività collettiva alla scienza.

Purtroppo questa tendenza ideologica si sta diffondendo anche tra le imprese che invece dovrebbero rifuggirla. Per ragioni commerciali o per la medesima ipocrita isteria collettiva, talvolta mascherata da responsabilità sociale, anche le aziende si cimentano nel ruolo di nanny, mettendo in secondo piano la qualità dei prodotti. La psicosi del “senza” sulle etichette, come i “senza olio di palma”, è emblematica. Un fronte unito dei cittadini e degli imprenditori a tutela della libertà di scelta e di impresa sarebbe molto più efficace. Non basta unirsi sotto una forma di formaggio Grana per difendere la libertà.

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