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Più tecnologia per la giustizia tributaria

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Più tecnologia per la giustizia tributaria

(Marka)
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La riforma del processo tributario e degli organi che ne amministrano la giustizia è un tema non più rinviabile, vista la situazione a dir poco catastrofica nella quale versa la giurisdizione tributaria.

Il sistema attuale, la cui disciplina risale all’ormai lontanissimo 1992, si presenta sempre più inadatto a garantire una tutela effettiva dei contribuenti in sede giudiziale, complice la scarsa efficacia degli strumenti codificati, ed è altresì assai farraginoso, poiché la procedura in cui si articola il giudizio tributario non è improntata alla semplificazione, che è, e resta, soltanto una - inattuata - aspirazione.

Il malfunzionamento della giustizia tributaria si basa in primo luogo sulla mancanza di una vera giurisdizione, essendo gli attuali giudici - come noto - non professionali, privi di specifica preparazione, e per di più del tutto demotivati da compensi risibili. Tra l’altro, visto il grave stato di sovraccarico in cui versa la giustizia ordinaria, sembra legittimo domandarsi che senso abbia che un gran numero di magistrati ordinari sottragga ulteriore tempo al proprio lavoro principale per dedicarsi all’attività presso le commissioni tributarie.

Occorre dunque una decisa riforma del sistema, e le proposte di modifica non possono che riguardare sia la creazione di una vera giurisdizione tributaria, sia il funzionamento delle regole del processo, per la modifica delle quali occorre confrontarsi con modelli più evoluti, basati anche sull’ausilio degli strumenti tecnologici.

I temi e gli istituti sui quali intervenire sono molteplici.

Si pensi, ad esempio, alla terzietà, imparzialità e indipendenza del giudice, oggi, per quanto detto, palesemente insussistenti, e non solo sul piano giuridico-amministrativo. Alla necessità di definire in modo preciso gli atti impugnabili. Alla disciplina della difesa tecnica e del gratuito patrocinio. Alla necessità di riformare il procedimento cautelare, oggi di fatto disapplicato presso alcune commissioni tributarie di grandi città le quali, semplicemente, non fissano le relative udienze. Alla necessaria riforma del reclamo e della mediazione, la cui ultima parola oggi spetta a una delle due parti in causa, che spesso ha difficoltà ad assumersi la responsabilità di sottoscrivere accordi che reputa rischiosi, laddove sarebbe naturale, se non ovvio, che tale delicata fase processuale fosse gestita dal giudice (come avviene in altri ordinamenti, come quello tedesco), che in tal modo potrebbe orientare le parti verso soluzioni ragionevoli della controversia, con conseguente deflazione del contenzioso.

Si pensi alla possibilità di introdurre nel giudizio tributario la prova testimoniale, nelle cause dove si discuta di questioni diverse da quelle strettamente contabili e documentali, come, per esempio, le cause relative alle operazioni inesistenti, nelle quali le famigerate dichiarazioni di terzo vengono oggi spesso valutate dai giudici in modo difforme.

Si pensi, infine, alla necessità di una disciplina equilibrata della tutela patrimoniale durante i gradi di merito e alla disciplina delle spese processuali nelle ipotesi di cessazione della materia del contendere, con i connessi temi dell’abuso della compensazione delle spese, dei ristretti margini della condanna alle stesse e del “privilegio” erariale della prenotazione a debito.

La fonte di ispirazione di ogni proposta di riforma deve essere l’articolo 111 della Costituzione che, come sottolineato dal professor Franco Gallo in un bell’intervento sul Sole 24 Ore del 23 giugno scorso, reca in sé la nozione e i corollari caratterizzanti il giusto processo, e cioè il principio del contraddittorio, la cosiddetta parità delle armi, e, soprattutto, l’imparzialità dell’organo giudicante.

Senza dimenticare, infine, che sul sistema incombe l’ombra delle norme - estremamente garantistiche - di fonte europea, e in particolare la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, la Carta di Nizza, la giurisprudenza della Corte Edu e della Corte di giustizia, oltre che ovviamente i Regolamenti comunitari.

Di tutto ciò non si potrà non tener conto nel mettere mano a una riforma, come detto, ormai non più rinviabile.

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