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La nuova socialità della manifattura nei grandi centri

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industria e cittÀ

La nuova socialità della manifattura nei grandi centri

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Parigi ha ospitato la settimana scorsa il Fab City Summit, un’occasione per riflettere sul tema del ritorno della manifattura in città. Un consistente gruppo di sindaci a capo di importanti aree metropolitane, Anne Hidalgo in testa, ha sottoscritto un manifesto per sostenere la fabbricazione urbana in una agenda di sviluppo economico e sociale profondamente rinnovata. Sempre più consapevoli del ruolo delle grandi città come motore dell’innovazione, i sindaci del Fab City Summit puntano a riportare la produzione in città per contribuire a risolvere problemi di scala globale, prima di tutto il cambiamento climatico, ma anche per connettere in maniera più stretta società e economia locale.

In effetti, i motivi per tornare a produrre in città sono diversi. Benjamin Saada, fondatore di Expliseat, produce i sedili di aereo più leggeri al mondo nell’11° arrondissement di Parigi perché così i suoi clienti come Boeing o Airbus possono negoziare un acquisto e verificare il prodotto in un solo viaggio. Se l’obiettivo è produrre piccole serie pensate su misura per il cliente, dice Saada, la presenza in città è un vantaggio considerevole. Considerazioni analoghe valgono per i tanti laboratori artigianali che collaborano con i grandi marchi del lusso e che hanno trovato spazio nel Nord Est di Parigi. Il legame con la capitale francese rafforza l’immagine delle grandi marche e consolida il legame fra qualità e tradizione.

Pensare che il ritorno della manifattura in città sia semplicemente l’esito di un percorso che trova le sue ragioni in un paradigma consolidato è, però, un errore di prospettiva. Gli obiettivi dei sindaci sono più ambiziosi. La manifattura urbana è anche e soprattutto economia circolare. I mattoni isolanti prodotti a Parigi dalla startup Fab Brick a partire da pantaloni e magliette destinati al macero sono un esempio di come ripensare l’industria delle costruzioni in una logica a Km 0. Considerazioni analoghe a proposito del rilancio dell’agricoltura urbana. Su questo fronte, Parigi stupisce. In città già oggi si producono con successo funghi nei parcheggi abbandonati della capitale (il progetto si chiama La caverne e si trova a Porte de la Chapelle) e miele urbano (il marchio è Apis Civi).

Perché riproporre in città attività che potrebbero essere facilmente svolte altrove? Oltre al tema ambientale, pesa il tema di una nuova socialità. Blair Evans, a capo del progetto Urban (agri)Culture a Detroit, ha sottolineato che nelle città del futuro non si lavora solo per guadagnare uno stipendio, ma per esprimere un proprio progetto di vita e per partecipare a una comunità locale. Ciò che si produce diventa medium connettivo per rinsaldare legami sociali e culturali spesso usurati. Per sintetizzare con lo slogan usato da Anne Hidalgo: “Fabbricare in città per fabbricare la città”.

Il messaggio dei sindaci che hanno firmato il Manifesto non manca di radicalità. Nel futuro delle metropoli c’è molto locale e molto globale, rigorosamente distinti. Parigi dichiara di puntare all’autosufficienza alimentare nel medio termine e a diventare modello di integrazione sociale cosmopolita. Barcellona intende ripensare la smart city con tecnologie open source sviluppate a livello locale. Le comunità urbane si riappropriano di agricoltura, costruzioni e di altro ancora in uno schema che è molto lontano da quella visione di divisione internazionale del lavoro che abbiamo messo in pratica in questi anni. Le catene globali del valore che hanno segnato l’economia internazionale dalla caduta del muro di Berlino fino a oggi vanno sul banco degli imputati. Le capitali del mondo immaginano un’economia che oscilla, non senza contraddizioni, tra autosufficienza (delle merci) e globalismo (delle culture e delle conoscenze).

A Parigi l’unica città italiana che presentato ufficialmente la propria esperienza è stata Milano. In linea con gli obiettivi di altre città internazionali, il progetto Manifattura Milano punta a riqualificare le periferie grazie a spazi e iniziative dedicati a una generazione di produttori capaci di saldare tradizione italiana e nuove tecnologie 4.0.

A Parigi si poteva partecipare più numerosi. Un peccato perché l’Italia ha molto da raccontare e molto da imparare su questi temi. A differenza di altre città internazionali, le nostre sono incubatori naturali di attività produttive di qualità. Le nostre periferie, così come ormai molti centri storici, hanno spazi inutilizzati che potrebbero rappresentare altrettante palestre di sperimentazione per rinnovare una manifattura che oggi è anche progetto culturale e sostenibilità ambientale.

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