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Il tarlo generazionale della crescita zero

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narrazioni politiche

Il tarlo generazionale della crescita zero

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L’età media dei parlamentari di 5 Stelle e Lega alla Camera è di circa 41 anni. Anche se avessero tutti sospeso gli studi dopo le superiori, a 18 anni, farebbero comunque parte di una generazione che, confrontata con il lavoro, non ha mai conosciuto la crescita economica. Il reddito del Paese infatti non aumenta significativamente da alcuni decenni. Per semplificare, si può affermare che hanno vissuto la loro vita adulta in un’Italia a crescita zero.

Quando un Paese vive una lunga fase con crescita zero, il suo tessuto culturale si modifica. I sentimenti condivisi dalla popolazione si modificano anch’essi. E spesso diventano sentimenti di sospetto e di ostilità perché, per chi ha conosciuto solo una crescita zero, chiunque guadagni in un anno anche un solo euro più dell’anno prima ci sta dicendo che qualcun altro ha guadagnato un euro in meno. La “somma zero” diventa così una potente narrazione politica: chi vince lo fa solo a scapito dei più deboli. In estremo, chi cresce ha una colpa e chi non cresce ne è vittima. Non è ovviamente così, la povertà relativa di molti italiani è conseguenza di un impoverimento assoluto del Paese che non riesce a tenere il passo delle economie più dinamiche. Tuttavia, in chi si ritiene meno fortunato scatta un meccanismo vittimista che finisce per scaricare tutto sugli altri, liquidandoli come persone malvagie: casta, ladri o arraffoni.

Perfino gli immigrati che con ogni loro risorsa sono, in un certo senso, obbligati a emergere dalla miseria, diventano minacce che sottraggono una minuscola fetta della torta che non cresce. Non importa che le statistiche indichino che il loro contributo netto sia positivo anche in termini fiscali, non solo previdenziali. In questa logica, il solo fatto che mangino vuol dire che qualcun altro ha un boccone in meno.

Lo stesso ragionamento vittimista si estende ai rapporti tra i Paesi. È sempre colpa di qualcun altro di cui noi siamo vittime. Alla fine di ogni ragionamento, se l’Italia non cresce è quasi sempre colpa dei tedeschi. Si capisce così per quale ragione due forze politiche disomogenee possano convivere nello stesso governo: è comune a entrambe lo stesso sentimento profondo sui problemi della società. Non un’analisi comune, dunque, ma un comune dispetto.

Ma il problema è, come detto, la crescita. Senza di essa, la frustrazione continuerà a covare. L’iniziale redistribuzione di un po’ di redditi non allargherà la torta e l’ostilità cercherà sempre nuovi bersagli. Prima o poi diventeranno essi stessi, politici ben pagati, uno dei bersagli. Perché tutto ciò che migliora, in un Paese a somma zero, suscita un pregiudizio di ingiustizia.

Quello che i nuovi parlamentari devono comprendere è che la “crescita zero” è una trappola mentale e non è un destino inevitabile. Anche se, non per colpa loro, non hanno esperienza di crescita in Italia, le loro generazioni hanno invece abbastanza familiarità con un mondo che, proprio con l’eccezione dell’Italia, invece cresce, si concentra sulla produttività delle imprese, la qualità dell’istruzione e lo sviluppo di lavori sempre migliori e meglio pagati. E i governi dei Paesi che crescono non ostacolano chi, immigrato, imprenditore o giovane ribelle, si impegna a migliorare la propria condizione.

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