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Poca tutela ai diritti di proprietà e il made in Italy è in affanno

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Poca tutela ai diritti di proprietà e il made in Italy è in affanno

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Perché l’Italia è solo 50esima nella classifica dei Paesi che più tutelano la proprietà? Siamo, nonostante tutto, tra le economie più avanzate e ricche. Le nostre aziende esportano in tutto il mondo prodotti originali e unici che si distinguono per il marchio made in Italy. È il simbolo della creatività, del bello e del gusto, che può essere progettato e realizzato solo in Italia da menti e mani apprezzate globalmente. Nessun altro “made in” interpreta e riflette questi valori. Sono le nostre imprese, soprattutto medie e piccole, il motore che alimenta questo marchio di fabbrica.

Come si spiega allora, che in fatto di tutela dei diritti di proprietà siamo così scarsi, alle spalle del Botswana e di tanti altri Paesi che non possono vantare la nostra capacità creativa e produttiva? Dovremmo tutelare il made in Italy con più attenzione, sia esso un prodotto del lusso, una delizia enogastronomica, o semplicemente un luogo, una città o un museo.

Secondo i dati dell’Ipri, l’Indice internazionale per i diritti di proprietà 2018, infatti, siamo molto lontani da quei Paesi che più investono nella tutela della proprietà, sia essa fisica o intellettuale.

Questi Paesi hanno compreso che nella società dell’informazione la produttività e la crescita economica si fondano sulla capacità di impiegare la conoscenza per risolvere i problemi. Questi prodotti dell’intelletto, le idee, vanno protetti. Che non significa escluderli dal processo più ampio di condivisione, al contrario, vuol dire valorizzarli per ottenerne un vantaggio sociale ed economico che porti benefici sia a chi li ha elaborati sia a chi li utilizza.

La proprietà è la base della libertà di contrattazione, che è semplicemente la libertà in azione. I diritti di proprietà promuovono la produttività e alimentano la crescita economica e lo sviluppo sociale. La proprietà è il mezzo più efficace per garantire ai cittadini i diritti e le libertà civili. Nelle liberaldemocrazie un individuo diventa cittadino acquisendo il diritto alla proprietà, diventando cioè sovrano rispetto a quello che possiede. La Finlandia ha colto questi principi, così come i Paesi scandinavi e anglosassoni che guidano la classifica. Sono i Paesi che più di tutti producono innovazione. E investono maggiormente sulla scuola e le nuove metodologie per la didattica. Noi no.

Le ragioni sono molteplici e tutte potrebbero essere ricondotte al più ampio e quanto complesso fattore culturale che ci distingue appunto, dagli anglosassoni di origine liberaldemocratica. Fatichiamo a riconoscere il valore della proprietà. Siamo riluttanti nel comprendere che la proprietà è lo strumento che ci rende sovrani rispetto allo Stato e allo stesso tempo, ci consente di ricavarne un beneficio economico rispetto al suo impiego. Analizzando l’Indice, comprendiamo che il vero freno alla tutela della proprietà non sono i cittadini imprenditori, è proprio lo Stato, cioè la burocrazia che dovrebbe assicurare la protezione dei diritti di proprietà. I governi dovrebbero stimolare la produzione di idee ma anche favorirne la tutela. In Italia e in Europa le regole ci sono e funzionano. La proprietà fisica e intellettuale sono sorrette da un buon impianto giuridico. È l’implementazione delle norme che funziona male. Lo dimostra la lotta alla contraffazione, ancora molto timida rispetto al volume d’affari in gioco. Il cosiddetto sistema legale è poco efficace. Le regole ci sono ma non vengono applicate, o meglio, manca completamente l’azione sanzionatoria. Che sia fisica o intellettuale la proprietà è facilmente violabile se non vi sono sanzioni. Meglio quindi operare, per esempio brevettare, dove si è certi del migliore funzionamento del sistema legale. Così imprese italiane brevettano all’estero dove è più conveniente. Le responsabilità non sono solo della burocrazia, ma anche della politica. Se le regole sono soddisfacenti, i Governi hanno dimostrato poca sensibilità verso il valore della proprietà.

Le Pmi non sono per nulla sostenute nel mercato globale. Le piccole e medie aziende spesso non hanno o non possono dotarsi degli strumenti economici e tecnici per proteggere idee e prodotti dallo sciacallaggio dei concorrenti internazionali. I discutibili dazi degli Usa sono anche la risposta allo scarso impegno cinese contro la contraffazione (400 miliardi, nonostante i proclami di Pechino di voler debellare il falso entro il 2020).

Il sostegno del Governo italiano alle Pmi sarebbe fondamentale. In questo contesto, acquistano valore i trattati come il Ceta tra i cui obiettivi vi è proprio la tutela della proprietà. Risulta così difficile comprendere perché il Governo traccheggi nel ratificarlo. Gli indici internazionali, come l’Ipri, sono spesso strumenti commerciali i cui dati sono sempre soggetti all’interpretazione e alla speculazione. Ma mai come in questo caso dovrebbero servire a imprenditori, manager e ricercatori per indirizzare gli investimenti, e alla politica per elaborare piani strategici finalizzati a valorizzare quanto di straordinario i propri cittadini producono per il mercato globale.

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