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Dossier I migranti nella nebbia della disinformazione

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Dossier | N. 53 articoliMappamondo

I migranti nella nebbia della disinformazione

(Ap)
(Ap)

Se la Francia dovesse donare la Statua della Libertà agli Stati Uniti oggi, gli americani sarebbero ancora d’accordo con lo spirito della sua epigrafe: «Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse accalcate desiderose di respirare libere»? Viste le divisioni che genera il dibattito sulle politiche dell’immigrazione negli Usa, viene da pensare che molti americani preferirebbero chiudere la “porta d’oro” con un colpo secco.

D’altra parte, il progetto di costruire un vero e proprio muro lungo il confine con il Messico ha polarizzato l’opinione pubblica americana. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ora confermato l’ordine esecutivo del presidente che vieta gli arrivi da determinati Paesi a prevalenza musulmana (oltre alla Corea del Nord e al Venezuela), dopo che alcuni tribunali di istanza inferiore ne avevano respinto le versioni precedenti per la loro ostilità religiosa. Per tutta l’estate, inoltre, inquietanti storie di migranti bambini separati dai loro genitori al confine tra il Messico e gli Stati Uniti e rinchiusi in gabbie hanno riempito le pagine dei giornali.

La situazione in Europa non è tanto diversa. La richiesta del Regno Unito di uscire dall’Unione europea è stata alimentata in ampia misura dalla promessa di porre fine alla libertà di movimento delle persone e di “riprendere il controllo” delle frontiere del Paese. Inoltre, dal 2015 – anno in cui un milione di rifugiati si è riversato in Europa per sfuggire alle violenze in Medio Oriente – le immagini di migranti ammassati nei centri di detenzione o annegati in mare dominano regolarmente i notiziari europei.

Allo stesso tempo, le violenze estremiste e l’insicurezza economica associate all’immigrazione hanno favorito l’ascesa dei partiti nazionalisti in vari Paesi, più di recente in Italia. E appena due mesi fa, l’immigrazione è schizzata di nuovo in cima all’agenda europea dopo che il nuovo governo italiano anti-establishment ha respinto una nave impegnata nelle operazioni di soccorso con a bordo più di 600 richiedenti asilo.

Un quiz sull’immigrazione
Si potrebbe pensare che ognuno di noi sia ben informato sui vari aspetti dell’immigrazione, tenuto conto dell’impatto del fenomeno sulla nostra politica e società. In realtà, tra gli americani e gli europei vi è una profonda ignoranza sul tema, sia riguardo alle dimensioni del problema che alle sue conseguenze socioeconomiche.

Partiamo dalle nostre conoscenze sull’argomento: sapreste dire, in tutta onestà, quanti sono gli immigrati presenti nel vostro Paese, da dove provengono e quanti di loro sono poveri o disoccupati? Se avete risposto “no”, di certo non siete gli unici.

In uno studio recente realizzato insieme ai miei colleghi dell’Università di Harvard Alberto Alesina e Armando Miano abbiamo intervistato 22.500 cittadini nati in Francia, Germania, Italia, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. La conclusione a cui siamo giunti è che gran parte del dibattito politico sull’immigrazione avviene in un contesto di disinformazione. In generale, l’atteggiamento dei partecipanti al sondaggio nei confronti degli immigrati – e pertanto delle politiche che vorrebbero vedere attuate dai politici eletti – si basa non su dati oggettivi, ma su equivoci e falsità diffusi.

Innanzitutto, le stime della gente in merito al numero degli immigrati presenti nel proprio Paese sono, il più delle volte, completamente campate in aria. In media, secondo gli intervistati tale cifra ammonta a due o tre volte quella reale. I cittadini nati in America pensavano che gli immigrati legali rappresentassero il 36% della popolazione, mentre la quota effettiva è di appena il 10% (che sale al 13,5% se si includono quelli illegali).

Ampie discrepanze sono emerse anche in Germania, Francia, Italia e Regno Unito. In questi Paesi, la percentuale reale di immigrati rispetto alla popolazione complessiva è il 10-15%, mentre per gli intervistati si aggirava mediamente intorno al 30%. La percezione dei partecipanti svedesi è risultata più accurata, pur se ancora lontana dal cogliere nel segno. A loro giudizio, gli immigrati rappresentano il 27% della popolazione, mentre la quota effettiva è il 17%, la più elevata del campione preso in esame.

Ma gli intervistati non si sono sbagliati solo in merito alle dimensioni del fenomeno, bensì hanno dimostrato di avere un’idea errata anche riguardo alla provenienza degli immigrati, alla loro religione e al loro contributo all’economia. Riguardo ai primi due punti, il numero degli immigrati provenienti da regioni etichettate dai media occidentali come “problematiche”, nonché degli immigrati non cristiani, è risultato sovrastimato.

Ad esempio, in tutti i Paesi eccetto la Francia, gli intervistati hanno esagerato il numero degli immigrati musulmani, mentre in tutti i Paesi partecipanti al sondaggio la quota degli immigrati cristiani è stata sottostimata di almeno 20 punti percentuali. Gli intervistati di origine americana tendevano a credere che i musulmani rappresentassero il 23% degli immigrati, mentre i cristiani soltanto il 40%. In realtà, il 61% degli immigrati negli Stati Uniti sono di religione cristiana, mentre i musulmani sono il 10%. Nel Regno Unito, infine, per gli intervistati soltanto il 30% degli immigrati era cristiano, mentre la cifra reale corrisponde a quasi il doppio (58%).

Il dividendo dell’immigrazione
In aggiunta a quanto sopra, in tutti i Paesi presi in esame si tende a credere che gli immigrati siano più poveri, meno istruiti, più a rischio di disoccupazione e più dipendenti dai trasferimenti statali di quanto non sia vero. Ad esempio, secondo gli intervistati americani il 37% dei poveri appartiene al popolo degli immigrati, mentre la percentuale corretta è il 12%; inoltre, gli stessi erano convinti che il 38% di tutti coloro che non hanno un diploma di scuola superiore fossero immigrati, mentre la cifra effettiva corrisponde a meno della metà (17%).

C’è da aggiungere, poi, che un numero non banale di partecipanti al sondaggio nei vari Paesi è convinto che l’immigrato medio riceva almeno il doppio dei trasferimenti statali rispetto al nativo medio.

Agli intervistati è stato, inoltre, chiesto di indovinare l’entità dell’assistenza governativa ricevuta da un nativo di nome “John” e da un immigrato della stessa età e con la stessa situazione reddituale e familiare di nome “Mohammad”. Una quota significativa di intervistati – il 20% nel Regno Unito e in Germania, il 25% negli Usa e il 35% in Francia e Italia – ha dato per scontato che Mohammad ricevesse più sussidi o pagasse meno tasse di John.

Eppure, l’idea che gli immigrati gravino significativamente sulle finanze pubbliche viene smentita dai dati. Essendo di norma più giovani rispetto alla popolazione generale, gli immigrati ricevono una quota notevolmente inferiore di trasferimenti statali, se tra questi includiamo le pensioni. Secondo stime dell’Ocse, in Italia l’immigrato medio riceve il 70% in meno (comprese le pensioni) rispetto al nativo medio, mentre negli Usa tale percentuale ammonta al 35%.

Nel caso degli Stati Uniti, l’Hamilton Project evidenzia che, «le tasse corrisposte dagli immigrati e dai loro figli – sia legali che non – superano il costo dei servizi di cui essi usufruiscono». Ciò ha perfettamente senso, tenuto conto che gli Usa ricevono un’ampia quota di immigrati altamente qualificati. Il numero degli immigrati legali con un diploma universitario negli Usa, secondo i nostri calcoli, si aggira intorno al 41%; inoltre, si stima che gli immigrati registrino il doppio dei brevetti rispetto ai nativi. Non sorprende, pertanto, che nel 2017, un importante studio realizzato dalle accademie nazionali statunitensi di scienze, ingegneria e medicina sia giunto alla conclusione che «l’immigrazione ha un impatto complessivo positivo sulla crescita economica di lungo termine negli Stati Uniti».

L’apporto dell’immigrazione in termini di dinamismo non è una novità. Ufuk Akcigit e John Grigsby dell’Università di Chicago, insieme a Tom Nicholas della Harvard Business School, fanno notare che anche durante l’“età dorata” dell’innovazione in America, cioè tra il 1880 e il 1940, vi era una percentuale sproporzionatamente elevata di immigrati tra gli inventori. E, guardando al futuro, Jason Furman dell’Università di Harvard ci ricorda che il contributo economico degli immigrati diventerà ancor più importante man mano che la popolazione invecchia.

Allo stesso modo, un certo numero di Paesi europei è riuscito ad attrarre lavoratori immigrati altamente qualificati: il 38% degli immigrati in Svezia e il 48% nel Regno Unito hanno un’istruzione universitaria. Eppure, nel nostro sondaggio, gli intervistati britannici tendevano a credere che solo la metà di essi (25%) avesse un diploma universitario. Altri Paesi come la Francia, l’Italia e la Germania ricevono effettivamente una quota molto più elevata di immigrati meno istruiti. Ma gli immigrati in questi Paesi non sono comunque tanto poveri o a rischio di disoccupazione quanto pensano i nativi.

Non gli estranei che pensiamo
Come dimostra il nostro studio, la maggior parte delle persone tende ad avere idee sbagliate sull’immigrazione. Vale, però, la pena sottolineare che tra queste ve ne sono alcune molto più disinformate di altre. In linea generale, i cittadini che non sono andati all’università, i sostenitori dei partiti di destra o quelli che hanno ottenuto risultati scolastici mediocri e lavorano in settori ad alta densità d’immigrati tendono a percepire l’immigrazione più negativamente. D’altro canto, le persone che hanno tra le proprie conoscenze o amicizie degli immigrati tendono ad avere una percezione più positiva e corretta dell’immigrazione in generale. Naturalmente, la correlazione non implica una causalità, e il solo fatto di avere idee più precise riguardo agli immigrati potrebbe essere di per sé il motivo per cui una persona ne conosce qualcuno.

La diffusa confusione sul tema dell’immigrazione nelle democrazie occidentali ha delle conseguenze nel mondo reale. La percezione errata del pubblico può avere un effetto importante sulle politiche in generale, non solo su quelle rivolte all’immigrazione. La ricerca nel campo delle scienze sociali ha ripetutamente dimostrato che la generosità non resiste bene quando si tratta di gruppi etnici, nazionali o religiosi diversi.

Nel nostro studio, ad esempio, abbiamo riscontrato che anche solo spingere le persone a pensare agli immigrati riduce il loro sostegno alle politiche redistributive quali tassazione progressiva o previdenza sociale, e addirittura le rende meno inclini a fare donazioni a enti benefici che aiutano chi guadagna meno.

A tale proposito, abbiamo condotto tre esperimenti fornendo dati sull’immigrazione agli intervistati. Nel primo caso, è stata rivelata ai partecipanti la quota reale degli immigrati presenti nel loro Paese; nel secondo, è stato mostrato loro da dove provengono queste persone; infine, nel terzo, è stata raccontato loro un aneddoto su “un giorno nella vita” di una donna immigrata che lavora duramente. In ciascun caso, le informazioni supplementari hanno reso gli intervistati più favorevoli a politiche sull’immigrazione più aperte.

E riguardo alla redistribuzione? L’aspetto interessante è che ciò che ha fatto aumentare il sostegno degli intervistati alla redistribuzione non è stato l’aver fornito loro i dati relativi ai numeri e ai paesi di origine degli immigrati, bensì l’aver raccontato l’aneddoto dell’immigrata che si ammazza di lavoro. Ciò indica che l’atteggiamento verso la redistribuzione è fortemente influenzato dalla percezione individuale del “merito” dei poveri.

Eppure, anche quando gli intervistati vengono messi di fronte ai fatti e a un ritratto positivo di un immigrato, la visione negativa che avevano prima continua a influenzarli, e il loro sostegno alle politiche di ridistribuzione viene meno se vengono anche indotti a pensare alle caratteristiche degli immigrati nel dettaglio, quali religione, età, istruzione o livello di occupazione. In altri termini, quando vengono istruite sugli immigrati, le persone tendono a mostrare meno generosità ed empatia verso i poveri, e meno sostegno alla redistribuzione.

Affrontare dure verità
A causa di questo fenomeno, i politici già contrari alla redistribuzione riescono a conquistare un margine di vantaggio semplicemente giocando la carta dell’immigrazione. Questa è diventata una delle tattiche preferite da populisti e nazionalisti, ed evidenzia un pericolo molto reale. L’incapacità di correggere la percezione errata dell’immigrazione da parte della gente potrebbe avere delle conseguenze indesiderate in un’ampia gamma di settori, dalla tassazione e dalla spesa sociale fino all’istruzione e alla sanità.

A peggiorare le cose c’è il fatto che nessuno sa veramente dove nascano queste idee sbagliate sull’immigrazione, o almeno non ancora. Probabilmente, esse hanno molte origini diverse. Una delle più ovvie sono i media, che possono, involontariamente o meno, distorcere la percezione dell’opinione pubblica attraverso la scelta delle notizie e il modo di trattarle. Non capita mai di vedere in prima pagina storie di immigrati legali, onesti, lavoratori, che pagano le tasse o vanno a prendere i figli agli allenamenti di calcio. D’altro canto, per trovare titoli clamorosi che parlano di immigrati che commettono reati o sfruttano il sistema previdenziale non c’è bisogno di andare lontano.

In ultima analisi, l’immigrazione è un problema economico, morale e sociale profondamente complesso. Non esistono risposte facili a come un Paese dovrebbe affrontare le sfide ad essa associate, così come non esiste una soluzione magica per cancellare la disuguaglianza, le guerre o le calamità naturali che sono tra le prime cause dei flussi migratori.

Integrare gli immigrati nei mercati del lavoro e creare società multietniche pacifiche ed efficienti è, in ultima analisi, compito della politica. Ma perché la nostra politica sia efficace, dobbiamo innanzitutto fare in modo che le nostre azioni si basino su fatti, non su miti e idee distorte.

Traduzione di Federica Frasca
Stefanie Stantcheva è docente di economia all’Università di Harvard
Copyright: Project Syndicate, 2018.
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