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I cervelli possono anche fuggire ma dobbiamo saperli ri-attrarre

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I cervelli possono anche fuggire ma dobbiamo saperli ri-attrarre

(Adobe Stock)
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Ha avuto meritata risonanza la notizia della Medaglia Fields assegnata al matematico italiano, Alessio Figalli. Ogni volta che un nome italiano conquista un riconoscimento internazionale si risveglia un orgoglio nazionale che fa riemergere il tema dei cervelli che lasciano il Paese. E anziché riflettere su quanto la ricerca sia trascurata, quando non addirittura messa all’indice, il dibattito si esaurisce con uno slogan senza che si rifletta sulle condizioni che abilitano certi successi.

È erroneo parlare di fuga di cervelli. Al contrario, è auspicabile che giovani scienziati “fuggano”, se questo significa far circolare curiosità, creatività, passione in un contesto internazionale capace di arricchirli. Tanto più nell’ambito della scienza che, ha, da sempre, una dimensione globale.

Il nostro è un problema di unidirezionalità del flusso perché il tessuto italiano è fertile nella formazione, ma poco attraente nel favorire un percorso di carriera, a chiunque, italiano o straniero che sia.

Tornando a Figalli, il suo riconoscimento è stato possibile grazie a un sistema che gli permette di esprimere al meglio il proprio talento. Ad esempio, un meccanismo meno farraginoso rispetto ai nostri concorsi che consente, a un capace scienziato non svizzero, di crescere a livello accademico e diventare professore ordinario a 34 anni a Zurigo. Con quale frequenza questo si verifica in Italia?

I dati emersi dal report “Decoding Global Talent 2018” del Boston Consulting Group dicono che circa tre ragazzi under 30 su quattro lascerebbero l’Italia per cercare un lavoro all’estero. Molti di questi sono giovani ricercatori, spesso neppure sfiorati dall’idea che possano fare ricerca qui, nel loro Paese. Perché in Italia non si garantisce loro un habitat che li faccia crescere e crei valore per tutti. Il sistema italiano della ricerca, stando ai dati diffusi dall’European Research Council (Erc) in relazione agli starting grant 2018, continua a perdere posizioni. L’Italia è all’11° posto, perdendo tre posizioni rispetto all’anno scorso. Questo non accade - credo - per un difetto della nostra ricerca o dei nostri ricercatori. Al contrario, ed è la stessa classifica a testimoniarlo, gli scienziati italiani sono tra i più apprezzati in tutto il mondo: sono secondi soltanto ai tedeschi nella classifica dei premiati da questa nuova tornata di fondi europei, ma nella maggioranza dei casi (30 su 42) svolgeranno le loro ricerche fuori dall’Italia.

Questi dati raccontano come l’Italia non sia un Paese attrattivo per la ricerca, soprattutto nel contesto della competizione internazionale. In rapporto al Pil noi spendiamo poco più della metà dei francesi e poco più di un terzo dei tedeschi (rispettivamente l’1,3, il 2,3 e il 3% del Pil). Troppo poco si sente parlare, in Italia, del fatto che la scienza crei valore, un valore immateriale e materiale che riverbera benefici al di fuori dello stesso ecosistema che lo produce: in fondo, la scienza italiana è non solo in sofferenza, ma anche sottovalutata. Meriterebbe di essere tra le priorità del Paese, di avere peso rilevante nell’agenda riformatrice dei governi. Perché l’innovazione crea valore, in termini, ad esempio, di soluzioni che migliorano la vita delle persone, quando esiste un sistema dotato delle competenze e delle risorse per comprendere il potenziale applicativo della ricerca e trasformarlo in risultati fruibili.

L’Italia ha le caratteristiche per rappresentare eccellenza e qualità nello scenario internazionale della ricerca, ma è necessario mettere a fattor comune gli esempi virtuosi che ci vengono riconosciuti e analizzare le esperienze di successo per identificare i fattori abilitanti di un percorso in grado di valorizzare le eccellenze presenti. Tra i fattori abilitanti da studiare, oltre a una ripresa degli investimenti, rientrano le prassi adottate per valutare e finanziare i progetti, per supportare la crescita dei centri di ricerca, per effettuare il monitoraggio dei risultati e per valorizzarne il potenziale in termini di trasferimento tecnologico e di sviluppo applicativo.

Fondazione Telethon, grazie all’applicazione di questo metodo, ha messo in atto un sistema virtuoso tra ricerca e industria a favore dello sviluppo del Paese e a beneficio del cittadino. Cruciale è stata l’opera di valorizzazione dei propri istituti dove lavorano molti giovani, anche stranieri. Questi sforzi, ad esempio, si sono concretizzati nel 2016 quando la Commissione europea ha autorizzato la commercializzazione di Strimvelis, prima terapia genica ex vivo con cellule staminali, messa a punto con le ricerche dell’Istituto San Raffaele-Telethon, per trattare i pazienti affetti da una rarissima malattia, la Ada-Scid. Ricerche che, in virtù del loro elevato contenuto innovativo, hanno attratto l’interesse dell’industria anche se, in quel momento, si applicavano solo a malattie rarissime. Strimvelis è la prima terapia genica curativa per i bambini a ricevere l’approvazione regolatoria nel mondo ed è indicata per il trattamento di pazienti per i quali non è disponibile un donatore compatibile per il trapianto di cellule staminali.

Per permettere alla ricerca di esprimere il potenziale in tutti i campi in cui lavorano i nostri ricercatori, forse, bisogna crederci di più, investirci. Saper riconoscere il valore strategico e vitale che l’innovazione ha, con le sue ricadute positive, sullo sviluppo del Paese. Gli investimenti in ricerca sono l’unico modo per invertire la tendenza: trasformare la fuga dei nostri cervelli in una feconda e vitale circolazione di nuove idee. Al punto da riuscire anche ad attrarre eccellenti scienziati che dall’estero vengano a lavorare qui.

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