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A Venezia è il giorno di Sofia Coppola. John Woo premiato con il Leone d'oro alla carriera

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Questo articolo è stato pubblicato il 03 settembre 2010 alle ore 21:30.

Con un film in cui prende in giro in un colpo solo lo star system e il mondo televisivo baraccone, soprattutto italiano (anche se lei sostiene che si tratti di un fenomeno globale) è arrivata al Lido in concorso Sofia Coppola con Somewhere. La prima abilità come regista Sofia l'ha dimostrata facedo ridere di se stessa una platea di giornalisti, che si è vista dipinta come una massa di cretini, capace solo di fare domande idiote o inutili.

Somewhere, nelle sale da questa sera, racconta la solitudine di un attore, Johnny Marco (Stephen Dorff), che trascina l'esistenza tra birra e noia, addormentandosi anche davanti alle performance di lapdancers a domicilio o fra le nudità di bellissime che gli si offrono a mazzi. Golosissima la scena dei Telegatti, in cui Simona Ventura e Nino Frassica interpretano loro stessi senza bisogno di parodie, mentre Johnny riceve la statuina ma subito viene invaso da un nugolo di sederi sculettanti che portano Valeria Marini in trionfo. «Non volevo prendere in giro l'Italia – precisa la regista -. Sono stata invitata ai Telegatti e ho voluto ricostruire esattamente la scena». In mezzo a questi siparietti a far rivere l'attore è solo il rapporto rinnovato con la figlia (Elle Fanning), notevolmente più adulta e dignitosa dei genitori. «Ho scritto la scenegiatura poco dopo la nascita della mia prima figlia e ho voluto spiegare l'impatto di questo evento sulla vita di una persona».

Improbabile la trama di Happy few di Antony Cordier, in cui due coppie con figli decidono di aprirsi e di scambiarsi i partner. Buffissima la scena delle facce cupe dei rispettivi bambini lasciati in mano alla baby sitter, mentre vedono partire i genitori elettrizzati come fanciulli per un week-end di pura trasgressione con tanto di abuso di farina. Il gioco però si spezza presto, quando si fa più esclusivo e ciascuno pensa a condividere la vita con l'amante. Immancabile anche il bacio saffico, ma le scene apparivano suggerire una contabilità di orgasmi più che un vero erotismo. Il pregio della pellicola potrebbe essere uno scavo sull'impossibilità della libertà amorosa, ma il regista nega qualsiasi intento dimostrativo: «Volevo solo guardare e capire che cosa succedesse in un rapporto a quattro, quando gli individui si liberano delle costrizioni borghesi e non hanno paura di vivere questa esperienza dicendosi la verità».

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John Woo premiato con il Leone d'oro alla carriera

La recensione di «Reign of assassins» di John Woo (di Andrea Chimento)

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