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«Oui, je suis une femme». A Venezia l'omaggio alla donna (Catherine Deneuve) di Francois Ozon

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 settembre 2010 alle ore 13:37.

«Oui, je suis une femme», dichiara Catherine Deneuve in Potiche, riecheggiando la sua più famosa pubblicità, ed è questa la chiave di volta del film con cui il regista e sceneggiatore francese Francois Ozon entra oggi in concorso alla Mostra: un omaggio alla concretezza femminile nel risolvere i problemi invece che crearli, e in questo senso l'ultimo anello di una lunga catena di lavori firmati Ozon che elogiano il femminile, elevandolo a standard universale di evoluzione del genere umano.

Parole grosse, ma adeguate alla parabola di un autore che, da Sotto la sabbia a Il rifugio, uscito in Italia appena prima dell'inizio della Mostra, mette le donne al centro e non ha paura di restituire loro la complessità e contraddittorietà che caratterizzano gli esseri umani in carne ed ossa. Lo fa anche nel delizioso Potiche, basato sull'omonima pièce teatrale di Barillet e Grédy, solo all'apparenza un divertissment e solo nella forma un film di genere, la screwball comedy, in questo caso vintage visto che è ambientata a fine anni Settanta con grande dispendio di scenografie e costumi "d'epoca".

Potiche, come dice il titolo, è la storia di una "bella statuina", un soprammobile da salotto inutile e magari anche dispendioso, come è, e come si sente, la protagonista Suzanne (una strepitosa Catherine Deneuve), che a sessant'anni e dopo un trentennio di vita coniugale non sa più qual è il suo posto, ma sente che quello sui centrini di casa non è sufficiente. Figlia di un industrialotto locale e moglie del dirigente della fabbrica di ombrelli (Fabrice Luchini, macchiettistico al punto giusto) che lei gli ha portato in dote, un omuncolo gretto e fedifrago la cui filosofia aziendale si riassume in «io me ne sbatto dei lavoratori», Suzanne è anche madre di una giovane donna viziata e reazionaria come papà, e di un giovane uomo progressista e sensibile come mammà (l'ottimo Jérémie Renier, attore feticcio dei fratelli Dardenne).

Quando le tensioni fra la dirigenza e gli operai della fabbrica esplodono, complice il clima generale di contestazione, il "padrone" viene sequestrato e per il suo rilascio entra in gioco un politico locale di provata fede comunista, Babin, stanco di guerra perché arrivato alla conclusione che «la rivoluzione potrebbe non arrivare mai» (Gerard Depardieu, che mette a frutto tutta la dolcezza della sua indole, nascosta sotto la scorza ruvida). Guarda caso, Babin è anche una vecchia fiamma di Suzanne.

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Tags Correlati: Andrea Chimento | Catherine Deneuve | Cinema | Dardenne | Fabrice Luchini | Francois Ozon | Gerard Depardieu | Italia | Jérémie Renier | Potiche

 

Comincia così una commedia agrodolce scritta e adattatata per il grande schermo con grande maestria e girata con agilità e grazia, che sotto l'apparente leggerezza affronta temi di peso come le tensioni sociali e la tutela del lavoro, il rispetto per le donne (o la sua mancanza) e la solidarietà femminile (o la sua assenza).

Se fino a due terzi le svolte narrative sono abbastanza prevedibili, come è giusto per il genere light, nell'ultimo atto arrivano gli affondi, e la protagonista smette di seguire il politically correct per applicare tout court il proprio pragmatismo femminile, ovvero la capacità di «essere per la conciliazione» e di mediare fra gli opposti per portare a casa il risultato. «Perché non possiamo fare lo stesso con la Francia?», dirà Suzanne, esplicitando il contenuto politico dell'intera storia. Ed è nella volontà di non mollare mai e di non perdere la speranza nella possibilità del cambiamento, più ancora che nella sua capacità di essere "ragionevole", che Suzanne-Catherine si conferma «une grande femme».

«A letter to Elia», il commovente omaggio di Scorsese al maestro Kazan (recensione di Andrea Chimento)

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