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Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2010 alle ore 08:05.
Il baritono Gerald Finley, 50 anni, canadese, è Guglielmo Tell nella rappresentazione del capolavoro rossiniano che inaugura la stagione sinfonica di Santa Cecilia, questo sabato a Roma, sotto la direzione di Antonio Pappano. Una vera maratona anche fisica, quattro ore nonostante i tagli, per la grande opera romantica che fu il testamento operistico del compositore e che fece dire a un ammirato Donizetti: «Rossini scrisse il primo, il terzo e l'ultimo atto del Guglielmo Tell. Dio scrisse il secondo!».
Finley, lei ha spaziato dai ruoli mozartiani all'opera contemporanea: com'è ora essere Guglielmo?
È stata un'esperienza bellissima, tirare fuori la voce del personaggio, che passa dal sentimento di oppressione iniziale sino al trionfo finale.
Quale scena di quest'opera così ricca ama di più?
La scena più famosa e drammatica, quella in cui Guglielmo fronteggia il governatore austriaco Gessler che lo costringe a colpire con una freccia la mela sulla testa di suo figlio. L'aria dura solo due minuti e mezzo, ma fa risuonare la passione dell'uomo, l'amore per il figlio e la lotta per la libertà.
Dal punto di vista tecnico quale è stata la sfida maggiore?
Cantare parti così alte per un baritono. E poi, la durata: è una vera maratona.
L'opera ha ancora il significato politico che aveva quando fu scritta, e per la quale fu censurata?
Certamente, è un forte messaggio di libertà, bisogna sempre ricordare che possiamo far sentire la nostra voce contro ciò che riteniamo ingiusto.
Il cuore dell'opera, in tre parole?
Giustizia, compassione, dedizione. L'essenza dell'essere umano.
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