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Klein trasforma in quadri i fotogrammi del suo film. Un omaggio a Cassius Clay

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Questo articolo è stato pubblicato il 01 dicembre 2010 alle ore 19:05.

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Alla veneranda età di 82 anni, William Klein si rimette in gioco. Lui, fotografo, ma pure regista, pittore, grafico, artista sempre inquieto, ha ancora qualcosa da dire, alla sua maniera. Ha ripescato «Ali, the greatest», il film-documentario che girò su Cassius Clay, alias Mohammed Ali, fra il 1964 (quando vinse il titolo mondiale dei pesi massimi, contro Sonny Liston) e il 1974, anno della vittoria su George Foreman, in terra africana, a Kinshasa. Ebbene, ha scelto alcuni fotogrammi, li ha abbinati a coppie, secondo richiami più o meno evidenti. E vi ha passato sopra delle pennellate di colore.

La mostra, dal titolo «Ali+Klein, Film peint», è stata appena inaugurata alla galleria Polka di Parigi (www.polkagalerie.com), nel quartiere del Marais, e resterà aperta fino al 19 febbraio 2011. Stupenda la sequenza «I due volti di Ali: cattivo e dolce», dove la differenza dei due ritratti proposti è quasi impercettibile, ma alla fine emerge negli occhi, nello sguardo, nella postura del viso. In queste nuove creazioni di Klein riaffiora l'insegnamento ricevuto nel secondo dopoguerra a Parigi da uno dei suoi maestri, il pittore Fernand Léger, che propugnava un legame fra i diversi mezzi espressivi, non solo la pittura, ma l'arte in generale, l'architettura, la grafica, la fotografia.

Ebreo, nato nel 1928 a New York, Klein visse da ragazzino per le strade della Manhattan della grande crisi. Venuto a fare il servizio militare in Europa dopo la guerra, si stabilì dal 1948 a Parigi, una città che non ha mai abbandonato, ma continuando a viaggiare in tutto il mondo. Dopo gli inizi dominati dalla pittura, la fotografia prese il sopravvento. «Life is good and good for you in New York», frutto del suo ritorno nella città natale, amata-odiata, rappresentò una svolta nella storia dell'immagine.

Fondamentale fu anche la permanenza alla fine degli anni 50 a Roma, dove venne chiamato da Fellini. Lo voleva come assistente in «Le notti di Cabiria», ma quella collaborazione, in realtà, non si concretizzò. In compenso Klein diede vita a un nuovo diario fotografico urbano. Vero, spudorato, contemporaneo di una città antica come la capitale italiana. Altra cosa rispetto alla fotografia «romantica» dei tempi.

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Nella foto Alberto Arbasino (Olycom)

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Tags Correlati: Arte | Black | Clay Cassius | Europa | Fernand Léger | George Foreman | Kinshasa | Mohammed Ali | New York | Sonny Liston | William Klein

 

Dal 1965 ai primi anni 80 Klein si mise dietro la macchina da presa. Il film su Ali ripercorre l'epopea del pugile. Il giorno dopo il combattimento contro Liston, nel 1964, Cassius Clay annunciò di essere Mohammed Ali e un «Black Muslim», un musulmano nero. Alla galleria Polka ci sono alcune foto dei ricchissimi magnati del Sud, proprietari di terre e petrolio e anche «del Nero più celebre del mondo - scrive Klein -. Scoprirono che nessuno puo' comprare Mohammed Ali». Lì iniziò la discesa agli inferi del pugile, emarginato per le sue prese di posizione, fra l'altro contro il Vietnam. Fino alla riscossa a Kinshasa. «La gente lo prendeva per un pagliaccio - ha spiegato nei giorni scorsi il fotografo-regista al Nouvel Observateur -, ma lui era un falso clown. In realtà era un messia».

Durante le riprese, Klein non scattò mai foto. Ha recuperato i fotogrammi del film, istantanee che comunicano comunque l'idea del movimento. Con le sue pennellate vivaci, gialle e rosso vivo, il pugile rivive e diventa un'icona artistica. Omaggio dell'anziano Klein all'anziano Ali, affetto dal morbo di Parkinson.

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