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Questo articolo è stato pubblicato il 06 marzo 2011 alle ore 08:23.

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Il testamento biologico? Offende la Costituzione. Quantomeno se trasformiamo il diritto in un divieto, come vorrebbe il ddl Calabrò che la Camera sta per licenziare. Altrove (Usa, Germania, Regno Unito e via elencando) la legge permette il rifiuto delle cure, attraverso una dichiarazione anticipata di trattamento; noi la circondiamo di clausole e cavilli, e in più neghiamo espressamente la facoltà di sottrarsi all'alimentazione forzata e all'idratazione artificiale. Anche a costo di sfidare la logica, oltre che la Carta.

In primo luogo, l'art. 32 della Costituzione configura la salute come un diritto, non come un dovere. Nessuno va in galera se ha messo su qualche chilo di troppo, e dunque nessuno può essere costretto a sopravvivere a se stesso. Tant'è che il suicidio non è affatto un reato. Se ci provi e poi non ti riesce, rimani a piede libero. Ma è assurdo consentirtelo quando ne hai le forze, e invece proibirtelo quando il tuo corpo è esanime, carne appesa a un ago. Per lorsignori, viceversa, puoi ucciderti soltanto se stai bene.

In secondo luogo, lo stesso art. 32 pone un limite alla libertà di decidere i propri trattamenti sanitari, se entra in gioco un interesse della collettività. È il caso delle vaccinazioni, obbligatorie benché talvolta il vaccinato possa subirne un danno fisico. Servono a evitare i rischi del contagio, così come internare un matto serve a proteggere gli altri dai suoi accessi di violenza. Ma quale minaccia recano i moribondi al prossimo? Di quale infezione era portatrice Eluana Englaro?

In terzo luogo, l'arte e la scienza sono libere, dice l'art. 33. Significa che lo Stato non può dettare agli scultori il soggetto da raffigurare, né stabilire in una legge come si curino i malati. Lo ha messo nero su bianco pure la Consulta (sentenza n. 382 del 2002): «Non è il legislatore a poter stabilire direttamente e specificamente quali siano le procedure terapeutiche ammesse, con quali limiti e a quali condizioni». Sicché il ddl Calabrò calpesta l'autonomia della scienza medica, insieme alla pietas dei familiari del malato. In quarto luogo e infine, c'è un ultimo diritto offeso da questa normativa poliziesca. Anzi è il primo diritto, quello di cui tutti gli altri sono figli. Il diritto alla privacy, che nella sua accezione generale garantisce la libertà degli individui rispetto al l'oppressione dei poteri pubblici. Libertà dalle angherie di Stato, che rendono un inferno la nostra vita quotidiana. Almeno da morti, lasciateci andare in paradiso.

michele.ainis@uniroma3.it
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