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Questo articolo è stato pubblicato il 03 aprile 2011 alle ore 08:25.

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Sembra quasi impossibile immaginare Maurizio Ferraris senza il suo telefonino. Eppure non ne possedeva uno quando, nel 1997, pubblicava la sua Estetica razionale, oggi in ristampa per i tipi di Raffaello Cortina, impreziosita da una brillante postfazione dell'autore. E, cosa ancora più sorprendente, considerata la mole di citazioni dai più svariati autori discussi nel libro, egli non fece uso alcuno di internet, ma si recò fisicamente presso il Philosophisches Seminar di Heidelberg dove si chiuse in studioso ritiro. Ne è valsa la pena, se il risultato fu il ponderoso volume di Estetica razionale, le cui tesi anti-cartesiane, anti-kantiane e, soprattutto, anti-ermeneutiche, riuscirono a ribaltare le sorti dell'estetica filosofica, restituendola finalmente a se stessa.
La lugubre profezia di Hans-Georg Gadamer, «l'estetica deve risolversi nell'ermeneutica», aggravata dalle invisibili violenze inferte dal pensiero debole, in Italia inchiodavano la disciplina pupilla di Baumgarten al ruolo secondario di filosofia dell'arte, e ciò all'interno di un quadro teorico ambiguo, che da una parte denunciava la «morte del l'arte», e dall'altra rivendicava un non ben identificato valore di «verità» dell'arte stessa. Bisognava assolutamente restituire la parola al padre fondatore dell'estetica, Alexander G. Baugarten, e alla sua visione dell'estetica quale «scienza della conoscenza sensibile». Restituire, semplicemente, l'estetica alla sua etimologia, ovvero a quella aisthesis che ne fa una scienza della percezione a tutti gli effetti. Esiste un modo di conoscere, nella percezione, che non ha bisogno di schemi concettuali: a che serve pensare alla formula chimica H2O mentre ci si disseta con un fresco bicchier d'acqua? C'è un modo di stare al mondo, di conoscerlo, che non passa per le vie dell'intelletto e che condividiamo con gli animali, i quali vivono tranquillamente senza nozioni scientifiche. Ferraris sfida l'affermazione di Immanuel Kant «le intuizioni senza pensiero sono cieche», assumendo un atteggiamento filosofico fortemente realista, prossimo a quello degli analitici e in accordo con alcune delle idee di due suoi grandi amici e pensatori Jacques Derrida e Paolo Bozzi.
La sua «fame di realtà» è un bisogno di volgersi alle cose stesse, e non più agli schemi concettuali e ai linguaggi che l'ermeneutica frapponeva tra noi e il mondo, secondo il diabolico adagio «non esistono fatti, solo interpretazioni». Nel percorso ferrarisiano di riappropriazione del mondo, l'estetica gioca un ruolo fondamentale perché diviene il punto di partenza per costruire una nuova ontologia. Per ontologia si intende non una scienza dell'essere in senso trascendentale, bensì una scienza degli enti, ovvero di quelli che Ferraris definisce «oggetti» (naturali, sociali, ideali), la cui reale esistenza è determinante per la nostra vita e le cui «tracce» – da cui una icnologia (ichnos) o dottrina della traccia – sono determinanti per il nostro pensiero. Le tesi di Estetica razionale suonano profetiche alla luce delle recenti ricerche neuroestetiche, che fanno dell'estetica sia una scienza della percezione sia una filosofia dell'arte, essendo l'opera d'arte un oggetto estetico percepito coi sensi. Considerare, oggi, l'estetica una scienza della percezione è divenuto quasi banale.
Ma non è stato un percorso facile. La vocazione di disciplina «non speciale» dell'estetica, poi, ha fatto sì che essa prolificasse nel mondo accademico italiano degli ultimi quindici anni. Ciò non sarebbe stato possibile senza Estetica razionale. Eppure al volume fu riservata un'accoglienza colpevolmente distratta. La ristampa attuale è indispensabile per rileggere con onestà intellettuale un testo che ha acquisito la statura di un classico.
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estetica razionale con una nuova postfazione Maurizio Ferraris Cortina, Milano pagg. 662|€ 39,00

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