Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2011 alle ore 08:21.

My24

Lo scorso anno, l'opinione pubblica italiana è stata deliziata da una della più esilaranti bufale mai propagate nel mondo dell'arte: il ritrovamento delle «ossa di Caravaggio». Molti ci sono cascati, accecati dalla suggestione della notizia e dall'indubbia abilità comunicativa dei "bufalari". S'è presa per buona un'ipotesi – ripeto un'ipotesi – che vorrebbe che quattro ossicini trovati in un avello a Port'Ercole (dove si conservano accatastate altre centinaia di migliaia di ossa) siano sicuramente i resti «contaminati dal colore» (questa, in sintesi, la tesi sostenuta) del grande Caravaggio.
Ma quando un giornale ci annuncia una notizia del genere, oppure ci comunica l'ennesimo ritrovamento di un quadro di Caravaggio, come facciamo a essere certi che non ci stia propinando della merce avariata?
Diciamo subito che – come in un processo – sono le prove a fare la differenza. Il S. Agostino di Caravaggio che Silvia Danesi Squarzina presenta per la prima volta in questa pagina è un quadro sostenuto non da ipotesi ma da prove. È certamente uno dei quadri che Vincenzo Giustiniani commissionò a Caravaggio e che inserì nell'inventario dei suoi beni redatto nel 1638, specificando con precisione l'attribuzione al Merisi. Tutti gli inventari di Casa Giustiniani lo citano, finché a metà Ottocento la tela finì a Pantaleo Giustiniani Recanelli, erede di tutti i beni Giustiniani, palazzo di Roma compreso. Costui vendette il quadro a un collezionista spagnolo, il quale fece una cosa importantissima. Sul retro del dipinto appose una targhetta nella quale ricordò (in spagnolo) da dove proveniva il quadro, vale a dire dalla Casa Recanelli di via del Governo Vecchio, cioè da Palazzo Giustiniani in Roma. Ecco la prova.© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi di sezione

Shopping24

Dai nostri archivi