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Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2011 alle ore 08:16.

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Sappiamo tutti «perché non possiamo non dirci cristiani», secondo la celebre formula di Benedetto Croce. Quasi tutti abbiamo dimenticato, invece, il grande rivale tardo-antico del Cristo: il dio Mitra. Questo antichissimo dio solare di origine indo-iranica divenne sempre più popolare nel mondo romano a partire dal II secolo dopo Cristo: il culto, diffuso attraverso i soldati, che si muovevano da una parte all'altra del l'impero, ne raggiunse ogni angolo. Dappertutto, dalla Mesopotamia alla Scozia, si impiantarono mitrei, luoghi di culto (quasi sempre sotterranei), dove si celebravano riunioni e riti, sempre dominati dal l'immagine-standard del sacrificio del toro, un rituale di morte e rigenerazione che assicura al mondo perpetua fecondità. Quello di Mitra era un culto misterico, a cui i fedeli erano introdotti da rituali complessi, e percorrevano i sette gradi della gerarchia (corvo, ninfo, soldato, leone, persiano, heliodromos o corriere del sole, padre). Ma al gesto crudele con cui il dio immola il toro squarciandogli la gola non corrispondevano rituali altrettanto cruenti: anzi, il mitraismo fu un culto, tendenzialmente monoteistico, che nel dio esaltava la perenne vittoria del bene sul male, e perciò propugnava una religiosità della redenzione, un'etica della salvezza (individuale) attraverso il rito (collettivo).
Non si contano le rappresentazioni della scena-chiave del sacrificio del toro, specialmente in bassorilievi, bronzi, gemme e terracotte. Rarissime, invece, le rappresentazioni pittoriche che sono sopravvissute: se ne contano in Italia solo tre: a Roma sotto Palazzo Barberini, a Santa Maria Capua Vetere, e a Marino, a un passo da Roma. È questa la più importante, più bella e meglio conservata delle immagini dipinte di Mitra, entro la cisterna di una villa romana trasformata in luogo di culto alla fine del II secolo d.C., a opera di un Cresces, actor (agente, o amministratore) di Alfio Severo, come dice un'iscrizione: sono conservati i panconi lungo le pareti dove i fedeli consumavano collegialmente il banchetto sacro. La scena centrale è qui fiancheggiata (proprio come accadrà in tante pale d'altare medievali, col Santo al centro e le sue "storiette" ai lati) da otto quadretti che tracciano la «biografia cosmica» di Mitra, dalla gigantomachia che stabilisce l'ordine universale alla nascita del dio da una roccia, al «miracolo dell'acqua», che egli fa sgorgare dalle pietre.
Il preziosissimo affresco del mitreo di Marino (circa 200 d.C.), riscoperto nel 1961 e presto acquisito al demanio pubblico, è sopravvissuto per diciotto secoli in condizioni prodigiose, assoluto unicum nel catalogo pur vasto delle rappresentazioni di Mitra, ma proprio in questi giorni rischia la distruzione. Viene da non crederci, ma il comune di Marino ha concesso il permesso di edificare un condominio di cinque piani in via del Granaio, al termine di una strada soprastante il mitreo. Il dissennato progetto prevede un ampio sbancamento, per collocare l'ingresso della palazzina sette metri sopra la volta del mitreo: lo scavo per le fondamenta danneggerà dunque irreparabilmente un luogo di culto e d'arte di enorme importanza, data anche la natura del terreno e dei materiali usati (fra cui il peperino). A quel che pare, l'inizio dei lavori ha già danneggiato l'aula mitriaca, perchè gli scavi hanno tranciato una condotta di acque scure che hanno cominciato a riversarsi nell'antico luogo di culto. Il dio invictus che prometteva ai suoi fedeli la vittoria sul male e la salvezza eterna riuscirà a essere salvato? O dovremo assistere a questa ennesima barbarie, i riti empi dei palazzinari che distruggono cinicamente la nostra storia? Vale di più la licenza edilizia rilasciata da un comune o il principio di tutela del patrimonio storico-artistico sancito dalla Costituzione e garantito dalla legge?
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