Il Sole 24 Ore
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Sportroccia, che idea!

Pietro Crivellaro


I torinesi sono affezionati all'idea che la capitale subalpina sia stata la culla in Italia di tante invenzioni moderne che poi non hanno saputo mantenere. Lasciamo stare l'auto e il Salone del libro che per ora restano a casa loro, ma sotto la Mole è sempre vivo il rimpianto per il cinema, la radio, la moda, la tivù e quest'anno più che mai per la stessa capitale, «schiava di Roma» predestinata. Gli stessi torinesi non sanno che anche nella nicchia della montagna è andata così, a cominciare dall'alpinismo, nato a Chamonix a fine Settecento quand'era Regno di Sardegna, con annesse guide alpine fondate da Carlo Felice nel 1823, ma tutto finì alla Francia nel 1860 con la cessione della Savoia. A Torino si ricominciò da capo nel 1863 con Quintino Sella che fondò il Club Alpino, e a fine secolo con lo svizzero Kind che importò da noi lo sci, due cose finite altrove da tempo.
Ma c'è dell'altro. Restando nella nicchia, in questi giorni dobbiamo un po' tutti – torinesi e non – aprire gli occhi su un'altra bella scoperta, a pensarci piuttosto clamorosa, che nell'ultimo quarto di secolo ha rivoluzionato il nostro rapporto con il verticale. Mi riferisco proprio all'arrampicata sportiva, spesso confusa con il free climbing. La notizia è che ad Arco di Trento si sta disputando da venerdì 15 fino a domenica prossima il Campionato mondiale d'arrampicata, a 25 anni dal primo Rock Master. Dieci giorni di gare con 700 atleti da 55 nazioni incoronano la cittadina dell'alto Garda, se non proprio come capitale, come la più storica e attrezzata meta per gli arrampicatori in Europa, capace di soffiare i mondiali a due rivali del calibro di Parigi e Mosca.
E Torino, che c'entra? si chiederà il lettore. Rispondo: Arco è la conferma di una grande invenzione tutta torinese, che si è sviluppata fuori. Le prime gare d'arrampicata in Europa si disputarono a Bardonecchia nel l'estate 1985 con il nome di «Sportroccia». Inventori di quelle gare-manifesto furono due torinesi: Andrea Mellano, noto alpinista del Club Alpino Accademico ed Emanuele Cassarà battagliero giornalista di «Tuttosport». Mellano da architetto al Comune di Torino aveva firmato al Palazzo a Vela la prima palestra indoor, una robusta muraglia di cemento armato rivestita di vera roccia. Fu dedicata nel 1982 a Guido Rossa, l'operaio alpinista ucciso dalle Brigate Rosse, con un discorso di Massimo Mila, anche lui accademico, portavoce degli alpinisti. I quali già da fine Ottocento hanno sempre migliorato le prestazioni allenandosi su rocce e paretine nei pressi delle grandi città.
Mellano si rese presto conto che la sua palestra, limitata e per nulla flessibile, era già nata vecchia. Il futuro scaturì da un'idea sviluppata a tavolino, nel corso di animate discussioni con Cassarà. Un'idea etica. Entrambi non sopportavano certa retorica dell'alpinismo eroico e soprattutto che tanti giovani continuassero a morire in parete. Se resta così – sosteneva il giornalista – l'arrampicata non è un vero sport. Bisogna fissare precise regole del gioco, adottare tecniche di assicurazione per abolire del tutto il rischio e infine organizzare gare per mettere a confronto gli atleti e far emergere i veri campioni. La formula delle gare metteva a profitto l'assicurazione già collaudata in parete dal free climbing con gli spit, chiodi a espansione a prova di bomba piantati nella roccia con l'uso del trapano.
Nel 1986 le gare di «Sportroccia» di Bardonecchia furono replicate ad Arco, che l'anno dopo inaugurò il proprio Rock Master, presto diventato il maggior appuntamento mondiale del nuovo sport. Nel giro di pochi anni l'alta Valsusa lasciò perdere e tornò a puntare sulla solita speculazione edilizia. Arco invece puntò convinta sull'arrampicata per rinnovare l'offerta turistica in chiave sportiva ed ecologica. Il suo successo è raccontato nel libro di Vinicio Stefanello e Giulio Malfer, Rock Master (Nicolussi, Rovereto, 2005). Catechizzato da Cassarà diventato anche direttore del Filmfestival di Trento, l'assessore Mario Morandini entrò subito nella partita con decisione e si mosse poi con autonoma intraprendenza. Nel 1988, constatati i limiti tecnici e anche una certa pericolosità della parete di gara, rinunciò alla roccia e fece realizzare nel 1988 dal direttore tecnico, Angelo Seneci, la prima, grande struttura artificiale, una torre metallica e strapiombante con prese sintetiche imbullonate. Fu l'antenata di una miriade di strutture diffuse in tutto il mondo anche nelle palestre scolastiche e dell'attuale Climbing Stadium di Arco, potenziato per i mondiali agli ordini dello stesso Seneci, tuttora a capo dello staff tecnico. Il nuovo sport, finalmente depurato dal rischio, ingrediente altamente nocivo tipico dell'arrampicata alpinistica, è così diventato in tutto il mondo una delle attività favorite dei teenager senza distinzione di sesso.
Cassarà è scomparso nel 2005. Così nella grande festa di giovedì 21 condotta da Kay Rush in Piazzale Segantini, l'ospite d'onore sarà solo Andrea Mellano, accanto a campioni come l'americana, Lynn Hill, il francese, François Legrand, il giapponese, Yuji Hirayama.
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